"In un regime totalitario gli idioti ottengono il potere con la violenza e gli intrighi... in una democrazia, attraverso libere elezioni..."
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giovedì 9 luglio 2015

LA CRISI GRECA, GRANDE OPPORTUNITÀ PER L’EUROPA

Autore: Angelo Paulon


In effetti il titolo qui sopra potrebbe sembrare contraddittorio, persino insultante. Ma come: l’esito della consultazione popolare greca del 5 luglio e le ipotesi, a quanto pare sempre più concrete, di “Grexit” potrebbero avere effetti dirompenti sull’economia (non solo di Atene) e minare a fondo l’unità stessa dell’Europa così come la conosciamo, e qualcuno la vede come un’opportunità? Questa è follia pura! No, si tratta semplicemente di una provocazione. Di un pungolo, uno stimolo a pensare in maniera differente, magari inconsueta: a immaginare un’Europa finalmente diversa, conscia delle proprie potenzialità e in grado di assumere sullo scacchiere internazionale un ruolo di primo piano. Nella realtà, non a parole.

Ogni grande difficoltà porta con sé un’opportunità. La questione greca dà all’Europa la possibilità di ripensarsi (a beneficio dei suoi stessi cittadini, delle sue imprese, della sua economia) e di cominciare a riposizionarsi (sullo scacchiere internazionale). Per quanto riguarda il ripensarsi, è chiaro che la stessa notizia che sta circolando in queste ore, e cioè il fatto che l’UE starebbe studiando un piano di aiuti umanitari per la popolazione greca, dovrebbe suonare come qualcosa di molto più che un campanello d’allarme. È il segnale della sconfitta: il più bel progetto degli ultimi decenni, il sogno di un continente finalmente pacifico, prospero e in grado di garantire benessere a tutti i propri cittadini (sogno che pareva a portata di mano appena dopo la caduta del Muro), in frantumi. La sola ipotesi di dover fornire “aiuti umanitari” a cittadini dell’UE (la stessa formula usata per portare soccorsi alle popolazioni colpite da terremoti, carestie, guerre) dovrebbe fare accapponare la pelle a politici, tecnocrati, banchieri, teorici del default, burocrati. E soprattutto a noi, semplici spettatori. Oggi tocca ad Atene. Per chi suonerà la campana domani? È davvero questa l’Unione che ci serve? O non è forse giunto il momento di comprendere che se l’UE continuerà a essere percepita come un ambiente nel quale i paesi forti tiranneggiano quelli deboli, la grande finanza e le banche perseguono cinicamente i propri interessi speculativi a scapito della qualità della vita delle persone, si rischia di avvitarsi in questa crisi e di non saper più tornare indietro?

Quanto al riposizionarsi, è del tutto evidente che, in questo preciso momento storico, l’Europa così com’è non ha reale voce in capitolo praticamente in nessuna delle questioni davvero rilevanti sullo scacchiere internazionale. Dai negoziati sul nucleare iraniano alla lotta contro lo Stato Islamico, sino ai tentativi di risoluzione della crisi ucraina, l’UE in quanto tale gioca un ruolo assolutamente secondario. È presente, ma non viene considerata un attore in grado di avere una reale influenza sui processi decisionali volti a governare queste criticità: al massimo, come compagna di viaggio degli USA che appiattisce le proprie posizioni a quelle del grande alleato d’oltreoceano. A volte anche pedissequamente e contro i propri stessi interessi, come nel caso delle sanzioni alla Russia: per informazioni, rivolgersi agli imprenditori tedeschi, italiani, francesi e non solo, che stanno perdendo miliardi di Euro in interscambi commerciali. Spesso, i singoli Stati membri si muovono in maniera convulsa e a dir poco disorganica, a volte in palese contraddizione l’uno con l’altro. Cosa tanto più grave, se consideriamo che in questo momento storico nessuno dei paesi europei, singolarmente, può giocare un ruolo di rilievo sullo scenario internazionale: nemmeno la potente Germania, da sola, può competere in termini di importanza geopolitica con i grandi giocatori quali USA, Cina, Russia.

S’è fatto un gran parlare, nei giorni scorsi, del possibile accordo tra Grecia e Russia grazie al quale questa potrebbe fornire ad Atene 5 miliardi di Euro in pagamenti anticipati per i futuri diritti di passaggio del gas russo, proveniente dalla Turchia, sul territorio greco in attuazione del progetto Turk-Stream. Tale scenario ha immediatamente allarmato gli USA, preoccupati non tanto di evitare che la Grecia passi sotto l’ombrello protettivo di Mosca, quanto di preservare il processo di unificazione europea affinché l’Euro resista e continui a fare da cuscinetto di protezione del ruolo del dollaro. In realtà, la conduttura è ancora più nelle intenzioni che qualcosa di concreto: T. Maltby scrive su theconversation.com “Major questions remain regarding the feasibility of the project. All that has been agreed so far is a non-binding agreement to pursue the idea further. The timetable of construction is highly ambitious”. Ma dal punto di vista tattico, per l’UE, perché non approfittare di questo avvicinamento tra Tsipras e Putin per provare a costruire un nuovo ponte nelle relazioni euro-russe, oltretutto su un argomento di vitale importanza per l’intera Europa, ovvero l’approvvigionamento di fonti energetiche? Il gasdotto potrebbe facilmente giungere in Puglia, e di qui proseguire verso il Nord Europa grazie alla rete infrastrutturale che già esiste: con rendite di posizione interessanti, tra l’altro, anche per la stessa Italia. Il tutto, senza dover abbandonare il progetto TANAP, che nelle intenzioni dell’UE dovrà approvvigionare il vecchio continente con gas proveniente dall’Azerbaijan via Turchia.

E dunque, perché non cogliere l’occasione offerta, suo malgrado, dalla crisi greca per sparigliare un po’ le carte e modificare il proprio posizionamento? Perché non riappropriarsi di una propria dignità, di un’identità autonoma, indipendente, in grado di veicolare le enormi potenzialità del continente? È chiaro che non si può pensare di stravolgere in un batter d’occhio decenni di alleanza atlantica e di rapporti privilegiati (economici, militari, culturali, politici) con gli USA. E, in fondo, sarebbero in pochi a volerlo davvero. Ma se gli americani annunciano urbi et orbi di avere modificato le loro linee di condotta strategica, avendo ora non più come focus principale l’Atlantico ma il Pacifico; se raffreddano il loro coinvolgimento persino nello scenario dove opera il loro alleato storicamente più vicino (Israele), perché l’Europa non potrebbe fare altrettanto? Perché non dovrebbe ampliare, senza per questo stravolgere, i propri riferimenti geopolitici al fine di perseguire i propri interessi vitali?

Certo, né ripensare l’Europa, né riposizionarla sono compiti facili; ma la differenza tra statisti e tecnici sta, deve stare, proprio qui: tra chi è in grado di essere lungimirante, di immaginare, concepire, gettare le basi per un nuovo, grande progetto europeo (o, se si preferisce, per rilanciare quello originale che pare aver deviato bruscamente dalla sua strada), e chi si limita all’applicazione di regole e parametri, non si sa quanto ragionevoli, facendosi apostolo di una sorta di dittatura dei crudi numeri della contabilità. Statisti e Politici (volutamente con la P maiuscola) d’Europa, se ci siete, è il momento di battere un colpo.


Riferimenti:


martedì 28 ottobre 2014

KURDISTAN INDIPENDENTE = STABILITA' IN MEDIO ORIENTE?

Autore: Angelo Paulon



Un popolo che da oltre un secolo si batte per vedere riconosciuto il diritto ad avere un proprio Stato. Circa 35 milioni di persone che, suddivise tra Iran, Iraq, Siria e soprattutto Turchia, aspirano all’indipendenza nazionale, negata loro dai governi degli Stati che li ospitano, che (con il tacito accordo delle grandi potenze, USA in primis) sovente hanno adottato politiche repressive e di discriminazione razziale volte addirittura a negare del tutto l’identità e l’esistenza stessa di un popolo. Con tutti i mezzi a propria disposizione: mass media, forze armate, istituzioni culturali e scolastiche, torture, reclusione.
Eppure oggi, come forse mai prima d’ora, il tema del Kurdistan indipendente è di estrema attualità. Anzi, si potrebbe affermare che, in Medio Oriente, l’emergere de facto di un’entità politica curda è uno degli sviluppi più importanti e potenzialmente ricchi di interesse. Certamente il ruolo svolto dai combattenti peshmerga sul terreno, a Mosul come a Kobane, per contrastare l’avanzata dell’IS in Iraq e in Siria contribuisce a mantenere alta l’attenzione sulla questione curda. Non è però questo il tema che trattiamo qui, sebbene sia innegabile che l’ondata di simpatia e di interesse per i curdi sia destinata inevitabilmente a scemare nel momento in cui lo Stato Islamico venisse sconfitto o si verificasse qualche altro scenario di crisi internazionale in grado di soppiantare, almeno sui media, le aberranti azioni del Califfato.

Cercando di ampliare l’orizzonte del ragionamento, si potrebbe realmente pensare alla nascita di un Kurdistan indipendente e riconosciuto all’interno del consesso delle Nazioni Unite? È ovvio che una simile idea non viene neppure concepita dalla Turchia, né dai governi degli altri Stati che ospitano sul loro territorio ampie minoranze di popolazione curda. Questi paesi si opporrebbero con grande forza a tale ipotesi. Ed è altrettanto lampante che si tratterebbe di uno sconvolgimento geopolitico di portata enorme; molto maggiore, ad esempio, della nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele.
Sconvolgimento che avrebbe conseguenze per tutti gli attori rilevanti della regione, nonché per le grandi potenze: USA, Russia, Cina dovrebbero per forza ricollocare le loro pedine sullo scacchiere, anche semplicemente considerando che l’area è una delle più ricche di petrolio del globo. È però vero che una certa forma di autogoverno i curdi ce l’hanno già. In forme, peraltro, molto diverse: il Kurdistan iracheno gode di autonomia politica già dalla fine del regime di Saddam Hussein; i curdi siriani devono invece la loro autonomia di fatto essenzialmente all’esplodere della guerra civile. Cosa potrebbe accadere se questa autonomia politica di fatto si trasformasse in vera sovranità politica e territoriale? Quali vantaggi potrebbero derivarne, non solo per i curdi, ma per l’intero Medio Oriente?

Uno Stato del Kurdistan che andasse dal confine Iran-Iraq alla Siria, e che magari comprendesse anche alcune aree curde attualmente facenti parte della Turchia potrebbe davvero giocare un ruolo di stabilizzatore del Medio Oriente. in particolare in Siria, una divisione del territorio che tenesse conto delle linee etnico-religiose (curdi, alawiti, sunniti) potrebbe consentire a ciascun gruppo di controllare porzioni di territorio omogenee, con confini più difendibili e maggiori probabilità di alleviare l’atroce situazione umanitaria di quel paese.Lo stesso principio, applicato all’Iraq, potrebbe dare esiti analoghi. E porre fine una volta per tutte all’obbrobrio dei confini disegnati con righello e squadra sulle carte geografiche agli inizi del XX° secolo, dagli accordi Sykes-Picot in avanti, senza tenere nel benché minimo conto la reale situazione etnica, religiosa, linguistica di quelle terre.

I vantaggi di uno stato curdo indipendente non si limiterebbero all’aspetto umanitario, ma potrebbero dipanarsi anche sul piano economico. Se ad esempio, come suggerisce Moshe Dann sul “Jerusalem Post”, si costruisse una condotta che, attraverso il Kurdistan, portasse acqua potabile dal Sud-Est della Turchia fino ai deserti disabitati della Giordania orientale e dell’Iraq occidentale, si potrebbe dar vita a un’oasi. Che garantirebbe cibo e posti di lavoro a milioni di persone, gettando le basi per lo sviluppo economico della regione e la sua stabilizzazione politica. Non solo: un Kurdistan indipendente e, magari, governato da istituzioni democratiche (anche se sappiamo bene quanta difficoltà vi sia nel tentare di riproporre modelli di forma di governo prettamente occidentali in altre aree del mondo), potrebbe diventare un baluardo contro le minacce iraniane e contenere la Russia nella regione del Mar Caspio e del Mar Nero e persino i talebani in Afghanistan, affrancando al tempo stesso l’Europa dalla sua dipendenza energetica dalla Russia. E rappresenterebbe anche una forza contro gli estremisti islamici, jihadisti, islamisti, Fratelli Musulmani. (“A strong Kurdish state will be a bulwark against Iranian threats. It will help contain Russia in the Black/Caspian Sea region and the Taliban in Afghanistan. It will release Europe from its dependence on Russian energy sources. It will be a force against Muslim extremists – jihadists, Islamists, Muslim Brothers, etc”).

Naturalmente, a questi potenziali vantaggi si potrebbe controbattere con molti, solidi argomenti a sfavore. Uno su tutti: i curdi non sono un gruppo etnico monolitico e compatto. La loro storia è storia di centinaia differenti tribù, clan e di grandi conflittualità tra essi.
E c’è anche una grande frammentazione politica: i vari partiti (dal KDP al PUK, che operano nell’Iraq del Nord, al PKK che fu di Ocalan e guidò la lotta per l’indipendenza curda in Turchia anche con il terrorismo, al PDKI dell’Iran, e altri) sono spesso ai ferri corti tra loro, e il fatto che ora facciano tutti fronte comune contro l’IS non può certo essere visto come un segnale che le tensioni siano terminate. Dunque, niente di più fuorviante che pensare ai curdi come a un’entità compatta in grado di creare uno Stato idilliaco che contribuirebbe, come per magia, a portare pace e prosperità nel Medio Oriente.

Ma è anche vero che, a volte, pensare fuori dagli schemi può aiutare a trovare soluzioni a problemi che sembrano irrisolvibili. E in questo momento non sembrano esserci poi molte altre alternative valide per stabilizzare l’area…

venerdì 15 novembre 2013

CORSA AGLI ARMAMENTI (ATOMICI) IN MEDIO ORIENTE: L’ARABIA SAUDITA MOSTRA I MUSCOLI

Autore: Angelo Paulon


A volte, si fatica a comprendere con quale criterio i media scelgano le notizie da mettere in risalto. Si è parlato per settimane intere, fino alla nausea, dello spionaggio americano (e britannico) a danno dei paesi occidentali alleati e amici. Dalla Francia si sono levate voci irritate e offese; la Germania ha convocato gli ambasciatori USA e GB, e paventato di rivedere gli accordi commerciali tra Europa e Stati Uniti. Grande preoccupazione anche in Italia: la nostra privacy sarebbe a forte rischio, a causa di queste intercettazioni illegali. Eppure, anche i bambini sanno che una delle principali attività dei servizi segreti di ogni paese è spiare, e che da che mondo è mondo tutti spiano tutti. Quindi, non si sa se stupirsi più per le reazioni di certe cancellerie, o per l’enfasi data dai media a certe “non notizie”. Soprattutto se confrontiamo questa enfasi con il fatto che altri, ben più significativi avvenimenti, passano quasi inosservati. Ci riferiamo in modo particolare al comportamento recente di un attore non certo irrilevante sulla scena internazionale: l’Arabia Saudita.

Il regno dei Saud ha rinunciato, con una scelta finora senza precedenti, a occupare uno dei 10 seggi a rotazione nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Normalmente, c’è grande competizione tra i vari paesi per avere il privilegio e l’opportunità di sedersi, per due anni, allo stesso tavolo dei 5 membri permanenti (USA, Gran Bretagna, Russia, Cina e Francia) per discutere le “issues” di più grande rilevanza per la sicurezza internazionale. Ebbene l’Arabia Saudita non soltanto ha rinunciato al seggio, ma ha anche pesantemente criticato le Nazioni Unite, accusandole di comportarsi secondo standard molto diversi a seconda delle questioni sul tappeto e asserendo che una riforma dell’ONU sia ormai improcrastinabile. “Work mechanisms and double-standards on the Security Council prevent it from carrying out its duties and assuming its responsibilities in keeping world peace”, ha affermato in una nota il Ministero degli Esteri saudita. ”Therefore Saudi Arabia... has no other option but to turn down Security Council membership until it is reformed […]”. In modo specifico, i sauditi hanno accusato la comunità internazionale di aver fallito nel caso del conflitto in Siria, avendo tra l’altro consentito al regime di Assad di massacrare la propria popolazione tramite le armi chimiche senza imporre alcuna sanzione o alcun deterrente; di non essere riuscita a trovare ancora una soluzione alla questione palestinese che si trascina da 65 anni; e di non essere riuscita nemmeno a evitare la proliferazione di armamenti, anche nucleari, in Medio Oriente.


Questa notizia fa il paio con un’altra, ben più allarmante: l’Arabia Saudita sarebbe pronta a ricevere dal Pakistan armi atomiche. I sauditi hanno infatti copiosamente finanziato il programma nucleare pakistano: si tratterebbe “solo” di farsi consegnare le armi dall’unico paese islamico finora dotato di bomba atomica. La notizia arriva dalla BBC, che cita fonti di intelligence NATO nonché l’ex capo dell’intelligence militare di Israele, Amos Yadlin. Yadlin afferma che,  se l’Iran si doterà di armi nucleari, i sauditi non aspetteranno neanche un mese: poiché hanno già pagato per la loro bomba, semplicemente andranno in Pakistan a prendere ciò di cui hanno bisogno (“the Saudis will not wait one month. They already paid for the bomb, they will go to Pakistan and bring what they need to bring”). Ed è impossibile non tornare con la memoria al luglio scorso, quando la stampa britannica rese pubbliche alcune immagini satellitari secondo cui nella base saudita di Al-Watah, circa 125 miglia a sud-ovest di Riyadh, sarebbero state completate rampe di lancio per missili balistici (DF3 di produzione cinese, con portata di 1.500–2.500 miglia) con obiettivi Israele e l’Iran. Secondo esperti dell’IHS Jane’s Intelligence Review (una società di intelligence privata specializzata in sicurezza militare e nazionale) i sauditi starebbero aggiornando i missili per renderli più precisi e, soprattutto, in grado di trasportare testate nucleari. L’Arabia Saudita è in possesso, si ritiene, anche di missili CSS-2.


Questo spiegamento di muscoli da parte di Riyadh ha evidentemente due destinatari principali. Il primo, ovviamente, è l’Iran: i sauditi vogliono far sapere al regime degli ayatollah, loro nemico storico, che non gli permetteranno certo di poter diventare, grazie all’arma atomica, la superpotenza regionale in grado di dettare legge nell’intero Medio Oriente. Anzi, l’influenza iraniana sull’Iraq, in Siria e, tramite Hezbollah, in Libano è già assai dura da digerire per il regno dei Saud. L’accelerazione di Riyadh può anche essere letta come l’aver raggiunto il convincimento che i negoziati tra Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Iran non porteranno a nulla di buono. Nel senso che, probabilmente, non riusciranno a fermare il programma nucleare di Teheran, ormai non così lontano dal successo. Posizione nella sostanza condivisa da Israele: Netanyahu ha più volte pubblicamente affermato che l’accordo che andava profilandosi prima della sospensione dei colloqui era pessimo e pericoloso, dato che lascerebbe intatte le capacità di arricchimento nucleare degli ayatollah.


Il secondo destinatario dei messaggi sauditi è, invece, l’America. Con la quale le relazioni si sono raffreddate, poiché ci sono molti punti in agenda sui quali Riyadh si trova su posizioni diverse da Washington. In primis la Siria: i sauditi vorrebbero Assad fuori dai giochi, e conseguentemente la diminuzione dell’influenza iraniana sul paese. L’Arabia Saudita non cela la sua frustrazione per i mancati progressi sul campo, nonché per il rifiuto degli USA di un attacco militare (seppur limitato) contro l’esercito regolare siriano. In secondo luogo, i sauditi sono rimasti molto sorpresi di quanto velocemente, nel 2011, gli USA abbiano “abbandonato” Mubarak e, con lui, un regime ad essi alleato per decenni. Più che ovvio che si siano chiesti “Farebbero lo stesso con noi, nell’eventualità di una rivolta simile a Riyadh?”. In terzo luogo, vi è un aspetto a lungo termine ma non meno significativo. I sauditi sono ben consci del fatto che gli USA diventeranno, nei prossimi decenni, autosufficienti nella produzione di energia grazie allo “shale oil” (idrocarburi estratti dalle rocce con tecniche di frantumazione). Questo porterà inevitabilmente a una diminuzione di interesse strategico per l’area del Golfo; se a questo aggiungiamo la tanto reclamizzata nuova politica estera USA, basata sul “pivot to Asia”, comprendiamo come i sauditi possano guardare con una certa preoccupazione a un futuro nel quale la presenza militare dell’alleato americano nell’area non sarà più così massiccia.


A tutto vantaggio dell’Iran. E qui arriviamo al quarto e, al momento, più importante motivo di contrasto tra Riyadh e Washington. Sin dalla rivoluzione khomeinista del 1979, le relazioni tra i sauditi e l’Iran sono improntate a un confronto serrato e senza esclusione di colpi per il ruolo di potenza dominante in Medio Oriente. È un conflitto che ha, per ora, un campo di battaglia concreto sul suolo siriano: le due potenze sostengono apertamente gli schieramenti rivali (l’Iran fornisce armi e combattenti al regime di Assad, l’Arabia garantisce imponenti finanziamenti e forniture di armi ai ribelli). I sauditi sono talmente nemici di Teheran (non si dimentichi la combinazione di fattori etnico-religiosi: arabi sunniti contro persiani sciiti) da far fronte comune anche con l’odiato Israele in funzione anti-iraniana. Sebbene ufficialmente l’Arabia Saudita non riconosca lo Stato ebraico e non abbia con esso relazioni diplomatiche ufficiali, dietro le quinte i due paesi mantengono aperto un canale di comunicazione come strumento volto a promuovere la stabilità della regione. Stabilità messa seriamente a rischio dall’Iran, direttamente con il programma nucleare, e indirettamente tramite il sostegno alle popolazioni sciite in Iraq, Bahrein, nello Yemen, e il supporto a Hezbollah.


Nessuno di questi punti di disaccordo darà luogo alla fine dell’alleanza tra USA e Arabia Saudita. Almeno, non nel breve periodo. Certo è che tutti questi sommovimenti fanno capire la vera natura della posta in gioco: i futuri assetti geopolitici nell’area del Golfo. I sauditi sanno che gli americani hanno un disperato bisogno di qualche successo diplomatico nell’area (molto difficile il negoziato israelo-palestinese, qualche spiraglio in più potrebbe aprirsi con l’Iran); sono perciò sicuramente disposti a tollerare qualche concessione agli ayatollah da parte del loro alleato. Ma Riyadh sa anche che il Medio Oriente è ancora troppo importante per gli USA perché questi possano allentare troppo la pressione sull’Iran: di sicuro, non tollereranno un’egemonia militare di Teheran che possa aggiungersi alla marcata influenza iraniana sulle molte minoranze sciite diffuse in tutta la regione. Nonostante il supporto americano, però, è chiaro che i sauditi hanno avvertito la necessità muoversi più attivamente anche in prima persona. Il futuro assetto geopolitico nel Golfo dipende da come gli attori si comportano oggi: Riyadh non ha fatto altro che muovere alcune delle sue pedine, in modo da non dover dipendere troppo dal suo alleato storico.


Rimane però sospesa un’altra questione. Era prevedibile che l’aver consentito all’Iran di sviluppare il suo programma nucleare sino a questo punto avrebbe determinato una corsa agli armamenti atomici in tutto il Medio Oriente. È dunque egualmente prevedibile che le potenze nucleari esistenti siano interessate a vendere la loro tecnologia ai potenziali acquirenti. Con tempestività invidiabile, giovedì scorso una delegazione di alti funzionari russi si è recata in visita al Cairo, con la prospettiva di firmare un accordo per forniture militari del valore di 2 miliardi di dollari. Tra una riunione a l’altra, che si sia trovato il tempo di sondare il terreno in merito? Forse sì, forse no; ma sarebbe da sciocchi pensare che Putin, in questo scenario così fluido, non abbia fiutato la possibilità di un inserimento in grande stile dell’orso russo nell’area…


Fonti:
http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-24580767
http://www.israele.net/sauditi-pronti-a-ricevere-dal-pakistan-le-atomiche-di-cui-hanno-finanziato-la-produzione
http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-24823846
http://www.rightsreporter.org/missili-sauditi-puntati-su-israele/
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/saudiarabia/10172463/Saudi-Arabia-targeting-Iran-and-Israel-with-ballistic-missiles.html
http://www.janes.com/article/24321/saudi-ballistic-missile-site-revealed
http://www.stratfor.com/sample/analysis/reality-reported-saudi-pakistani-nuclear-cooperation
http://www.formiche.net/2013/11/11/ecco-i-veri-motivi-del-negoziato-usa-iran/
http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-24944325

venerdì 6 settembre 2013

CAMBIO DELLA GUARDIA A CANBERRA, SENZA SCOSSONI IN POLITICA ESTERA

Autore: Angelo Paulon


Mentre in Europa si attende con crescente interesse il 22 settembre, data delle elezioni in Germania, agli antipodi il giorno del giudizio popolare è ormai alle porte. Sabato 7 settembre, infatti, gli australiani si recheranno alle urne per scegliere il prossimo Primo Ministro. I principali contendenti sono il premier uscente, il laburista Kevin Rudd, e il leader dell’opposizione e del Liberal Party, Tony Abbott. Tutti i sondaggi danno per molto probabile il cambio al vertice a Canberra: la Coalizione dei conservatori guidata dai liberali è data al 53-54%, con un margine di 7-8 punti percentuali sul Labor. Ciò significherebbe, stando alle proiezioni, aggiudicarsi circa 90 dei 150 seggi della House of Representatives: un’ampia maggioranza. Sui laburisti pesa sicuramente come un macigno la guerra fratricida interna al partito: Rudd è ridiventato premier nel giugno di quest’anno, dopo che una resa dei conti in seno al Labor ha di fatto sfiduciato l’allora Primo Ministro Julia Gillard. La quale, a sua volta, divenne leader del partito e premier nel 2010, allorquando il Labor riservò medesimo trattamento a Rudd.

Gli elettori hanno dato segno di non apprezzare affatto questa faida tra i laburisti, che ha portato per la seconda volta in pochi anni alla premiership un leader non passando per la via maestra delle elezioni (cosa che, nel mondo anglosassone, è poco apprezzata). Nemmeno alcune gaffe dell’ultimo minuto, come una discussa intervista rilasciata da Abbott all’Australian Broadcasting Corporation il 2 settembre e finita sotto il fuoco di fila delle critiche a causa di alcune osservazioni piuttosto superficiali in politica estera (Abbott ha descritto la guerra civile in Siria come un conflitto di “baddies versus baddies”, cattivi contro cattivi, offrendo il fianco a Rudd che ha avuto gioco facile a invitare gli australiani a non votare per chi non pare essere in grado di giudicare su questioni complesse quali guerra e pace o la sicurezza nazionale), sembrano poter influenzare il risultato del voto. Quindi, a meno di clamorosi colpi di scena, Canberra si appresta ad avere un nuovo Primo Ministro e una nuova maggioranza.

Quali effetti avrà questo cambio al vertice sulla politica estera australiana? Prevedibilmente, non molti, dato che in materia di Foreign Policy si registra una sostanziale convergenza di fondo (anche se, naturalmente, con alcuni distinguo) tra liberali e laburisti. Prova ne sia che gli argomenti chiave sui quali i contendenti si sono affrontati in campagna elettorale sono stati di tipo economico (lo scontro è stato forte sul contenimento della spesa pubblica, sulla carbon tax e sulla tassa di estrazione mineraria. Abbott ha addirittura definito le elezioni come un referendum sulla carbon tax, che i conservatori vogliono abolire), sociale (tema  molto dibattuto è stato quello del salario garantito per le donne in congedo di maternità) o hanno riguardato una issue molto sentita com’è quella dell’immigrazione clandestina e dei richiedenti asilo. Anche su questo tema, peraltro, vanno sottolineate posizioni non troppo dissimili. Se i liberali hanno assicurato di fermare le imbarcazioni di disperati che arrivano dall’Indonesia, utilizzando se necessario anche la Marina Militare per impedire l’ingresso dei barconi nelle acque territoriali australiane, i laburisti hanno comunque promesso un’inversione di tendenza. Durante il suo primo mandato da premier dal 2007 al 2010 Rudd aveva incrementato le quote di immigrazione consentite, in particolare dai paesi asiatici; in campagna elettorale ha invece annunciato che i clandestini in arrivo via nave saranno inviati nei centri di prima accoglienza appositamente allestiti nelle vicine nazioni insulari del Pacifico (in primis Papua Nuova Guinea e Nauru), con nessuna chance di entrare in Australia. Una mossa che, evidentemente dettata dalla necessità di attrarre il voto degli elettori sensibili a questo tema, ha d’altra parte insoddisfatto numerosi gruppi e organizzazioni che tutelano i diritti umani dei richiedenti asilo.

Kevin Rudd è, sul piano personale, senz’altro più ferrato e ha maggiore esperienza di Tony Abbott in materia di politica estera. Parla fluentemente il mandarino e abbraccia, come tutto il Labor, una visione multilaterale delle relazioni internazionali. Uno dei recenti maggiori successi dell’Australia in politica estera è stato l’essersi garantita un seggio temporaneo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Mossa, però, non supportata né particolarmente apprezzata dai liberali. Tanto che Abbott ha fatto sapere che, se eletto, potrebbe anche non partecipare alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite a fine settembre, qualora esigenze di politica interna lo richiedessero. E in effetti il focus dei conservatori pare essere molto pragmatico e votato a una maggiore corrispondenza tra relazioni bilaterali e accordi di libero scambio. Julie Bishop, probabile Ministro degli Esteri in un eventuale gabinetto a guida liberale, ha dichiarato che per la coalizione conservatrice "foreign policy will be trade policy; trade policy will be foreign policy". Abbott ha affermato che, in caso di vittoria, il suo primo viaggio all’estero sarà in Indonesia, da lui definita, in virtù delle sue dimensioni, della vicinanza geografica e del suo potenziale in via di sviluppo, come “nel complesso il paese più importante per l’Australia” (dal punto di vista geopolitico, l’Indonesia costituisce infatti una barriera difensiva naturale per l’Australia sia nella dimensione marittima, che in quella aerea. Non a caso, il Trattato di Lombok del 2006 sancisce una forte collaborazione tra i due paesi per quanto concerne difesa, intelligence e antiterrorismo. Potrebbe semmai stupire lo scarso ruolo dell’Indonesia quale partner commerciale australiano: è solo al tredicesimo posto nell’apposita classifica). Successivamente, Abbott vorrebbe recarsi in Cina, Giappone e Corea del Sud e soltanto in seguito a Washington o Londra.

Ma al di là delle ovvie schermaglie da campagna elettorale, le posizioni delle due coalizioni sono, in politica estera, piuttosto vicine. E d’altra parte alcuni fatti sono evidenti di per se stessi: chiunque vinca le elezioni, si troverà a dover gestire la politica estera e di sicurezza dell’Australia in un ambiente geopolitico ed economico che gli sviluppi recenti hanno reso più complesso e difficoltoso rispetto al passato. L’apparentemente inarrestabile ascesa, non solo economica, della Cina ha fatto sì che già dal 2009 il gigante asiatico sia il primo partner commerciale dell’Australia, con scambi che superano abbondantemente i 100 miliardi di dollari l’anno. Grazie al ruolo di principale fornitore di materie prime quali minerali ferrosi, carbone, petrolio e lana grezza, l’Australia ha tratto grande giovamento dallo sviluppo industriale di Cina e India. E ciò le ha consentito di assurgere allo status di attore primario nella regione del Pacifico. E che l’Australia guardi con sempre maggiore interesse all’Asia come al proprio ambiente geopolitico di riferimento è espressamente testimoniato dal Libro Bianco, pubblicato nell’ottobre del 2012 e finalizzato a porre le basi della crescita socio-economica del paese sino al 2025. In tale documento è stata apertamente manifestata la volontà di investire nei legami commerciali, culturali e diplomatici con tutti i partner asiatici dell’Australia, nella prospettiva di permettere al paese di sfruttare appieno le possibilità offerte dal “secolo asiatico”. E come dar torto agli australiani, considerando che l’Asia è di gran lunga il continente col quale il paese dei canguri ha il più importante interscambio commerciale? Il totale di esportazioni e importazioni da e per l’Australia vede infatti il continente asiatico nella sua globalità primeggiare, nel 2012, con la cifra di 393 miliardi di dollari, +7,5% rispetto al 2008 (per fare un confronto, quattro volte tanto rispetto all’Europa, che si attesta a 96 miliardi). Di questi quasi 400 miliardi di dollari, 130 riguardano gli scambi con la Cina, 74 con il Giappone, 33 con la Corea del Sud e 27 con Singapore, rispettivamente primo, secondo, quarto e quinto partner commerciale dell’Australia. Gli USA sono il secondo partner, con 58 miliardi di dollari di interscambio; dunque, a enorme distanza dalla Cina. 

L’apertura alla Cina, fortemente caldeggiata da Rudd già quand’era Ministro degli Esteri prima di diventare premier, si è concretizzata anche sul piano diplomatico attraverso l’uscita australiana, nel 2007, dalla cosiddetta Iniziativa Quadrilaterale. Condivisa con Giappone, India e USA, essa puntava a riorganizzare il sistema di alleanze tra potenze nell’area Asia-Pacifico, in funzione (neanche troppo implicitamente) di contenimento della potenza cinese.

Chiunque vinca le elezioni del 7 settembre, per l’Australia si apre (o meglio, si è già aperta nei fatti) una stagione molto impegnativa. Da un lato, la Cina è ormai di gran lunga il principale partner commerciale del paese, e promette di esserlo per molti anni ancora. Dall’altro, si tratta di uno dei principali competitors del proprio più grande alleato strategico, gli Stati Uniti. Che di certo non ignorano le implicazioni geopolitiche della vicinanza sino-australiana. Secondo Michael Fullilove del Lowy Institute, una think-tank indipendente con sede a Sydney, questa situazione porta con sé enormi sfide (“This will pose immense challenges in the future”) per la classe dirigente di Canberra. Sia tra i laburisti che tra le fila del partito liberale non manca la fiducia: molti sono convinti che per l’Australia sia possibile bilanciare la tradizionale relazione strategica e militare con gli USA con la necessità di non rinunciare al traino della Cina e allo sviluppo economico a questo connesso. Va rimarcato, infatti, come l’Australia sia stato l’unico paese occidentale a non risentire della crisi economica internazionale; anzi, la sua crescita prosegue costantemente. Secondo alcuni analisti, invece, l’Australia si trova a un bivio. Gabriele Abbondanza, esperto italo-australiano di geopolitica e autore di ““La geopolitica dell’Australia nel nuovo millennio” sostiene in un recente articolo su notiziegeopolitiche.net che l’alternativa è tra “la possibilità di dare una svolta ai rapporti con gli Stati Uniti, con uno sforzo per continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico” e “la possibilità di completare lo spostamento dell’asse economico […] verso l’Asia, unendo un progetto di avvicinamento politico che potrebbe portare […] alla costituzione di una grande area di paesi con trattati di libero scambio e rapporti politici privilegiati”. Dunque, sembrerebbe non esistere una terza alternativa alle due sfere d’influenza: “Quello che […] è certo, è che l’Australia è vicina al momento in cui dovrà decidere da che parte sta il suo futuro”.

Vi è comunque un punto fermo da non sottovalutare. L’Australia, nonostante l’avvicinamento alla Cina e l’uscita dall’Iniziativa Quadrilaterale, non ha comunque raffreddato i suoi rapporti con gli USA. Dai quali, dopotutto, né i laburisti né tantomeno i conservatori hanno alcun interesse eccessivo a distanziarsi, data la natura del legame tra i due paesi. Strategicamente e in materia di difesa e sicurezza, l’Australia dipende in maniera sostanziale dagli Stati Uniti, suoi principali fornitori di armamenti e assistenza militare. A partire dal 2000, gli USA hanno fornito oltre il 53% del totale degli armamenti acquistati dagli “aussie”; nell’anno 2012, la percentuale è stata addirittura del 71% (dati SIPRI). Inoltre, gli americani sono fisicamente presenti sul territorio australiano tramite un contingente di marines a Darwin, nel Northern Territory. Contingente che incrementerà dagli attuali 250 soldati per arrivare a 1.000 unità entro il 2014, e a 2.200 uomini a pieno regime nel prossimo futuro. E, soprattutto, non può essere dimenticato che il rafforzamento della partnership con gli USA si colloca in maniera perfettamente coerente all’interno delle nuove linee strategiche volte all’intensificazione della presenza americana nell’area del Pacifico (il famoso “Pivot to Asia” di Obama del 2012).

L’Australia ha previsto un importante sviluppo della propria forza bellica nei prossimi anni, sia orientato in senso difensivo, sia finalizzato a incrementare le proprie capacità di condurre operazioni lontano dalla madrepatria. Il Libro Bianco per la difesa del 2009 “Defending Australia in the Asia Pacific Century: Force 2030” prevede investimenti fino al 2030 per l’acquisto, tra gli altri, di aerei da guerra e missili a lunga gittata, la formazione di forze speciali, il miglioramento quantitativo e qualitativo dell’equipaggiamento. Le spese militari per la Marina, l’Esercito, l’Aeronautica e l’intelligence aumenteranno di più di 5,4 miliardi di dollari solo tra quest’anno e il 2016. Il governo di Canberra ha stimato che, per finanziare un programma così ambizioso, spenderà il 3% del PIL fino al 2017, per poi attestarsi al 2,2% fino al 2030. Questo rafforzamento della potenza militare australiana va letto in chiave strategica: le tensioni tra le maggiori potenze dell’area potrebbero radicalizzarsi in un futuro non troppo lontano e non si può escludere il rischio di un confronto diretto (il riferimento è prioritariamente, ma non esclusivamente, alla crescita della potenza militare cinese). L’interesse basilare di Canberra coincide ovviamente con la stabilità e la sicurezza dell’intera regione limitrofa: Papua Nuova Guinea, Timor Est, Vanuatu, ma soprattutto l’Indonesia. In caso di conflitti interni o dell’avvento di un regime autoritario in questo paese, infatti, la minaccia per l’Australia aumenterebbe esponenzialmente.

Il combinato disposto delle cifre di cui sopra ci fa capire come, in realtà, la vicinanza tra Australia e USA sia decisamente palese. Pochi indicatori testimoniano dell’alleanza tra stati come la collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Un così massiccio rafforzamento bellico non può prescindere da una fattiva cooperazione e assistenza da parte degli Stati Uniti. L’interesse dei due paesi nell’area Asia-Pacifico è d’altra parte, pur con qualche differenza, sostanzialmente il medesimo: un’area stabile e pacifica; un rapporto con la Cina basato sì sulla crescita dell’interscambio commerciale (quello tra Washington e Pechino attualmente si aggira sui 400 miliardi di dollari l’anno), ma anche sulla necessità che l’ascesa militare cinese non assuma dimensioni incontrollabili. In questo senso, un aspetto cruciale della strategia americana consiste nel consolidare la sua rete di alleanze nella regione. Quella con l’Australia, da sempre considerata centrale, è stata rafforzata con gli accordi di Perth del 2012, che hanno stabilito la riallocazione di un sistema radar americano C-Band da un struttura della Air Force ad Antigua all’Australia occidentale. Inoltre, le due parti stanno portando avanti colloqui per l’installazione di droni a lungo raggio sulle isole Cocos, un territorio australiano nell’Oceano Indiano.

Per concludere: se davvero l’Australia deve decidere da che parte sta il suo futuro parrebbe che, tutto sommato, un orientamento di fondo sia già piuttosto chiaro. Al netto di Libri Bianchi e slogan elettorali, basta forse dare un’occhiata attenta alla bandiera australiana per capire come le radici anglosassoni e un certo background culturale e valoriale, nonostante i mutanti e variabili scenari economici, politici, demografici, strategici e militari, possono difficilmente venire estirpati. Siamo ormai pienamente entrati nel “secolo asiatico”: aspettiamoci ancora per molti anni un’Australia vivace, aperta, florida e dinamica; sicuramente pronta a cogliere tutte le occasioni di crescita che derivano dalla relativa prossimità a paesi in notevole sviluppo economico, dalle smisurate ricchezze naturali del proprio sottosuolo e dal suo ruolo sempre più rilevante nell’area Asia-Pacifico. Al tempo stesso, però, aspettiamoci anche un’Australia, dal punto di vista strategico e militare, saldamente ancorata all’Occidente.


Fonti:

http://www.theguardian.com/world/australia-election-2013-interactive
http://www.todayonline.com/world/austrailian-contender-tony-abbott-sparks-foreign-policy-furor
http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-23898663
“Defining Down Under”, Time Magazine del 19/08/2013, pp.18-23
http://www.todayonline.com/world/abbott-vows-asia-first-policy-if-elected-pm#inside
http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-23840061
http://www.treccani.it/enciclopedia/australia_res-25c6fc01-a825-11e2-9d1b-00271042e8d9_(Atlante_Geopolitico)/
http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=26849
http://asiancentury.dpmc.gov.au/
http://www.sipri.org/research/armaments/transfers/databases/armstransfers
http://breakingdefense.com/2013/07/11/us-marine-force-in-darwin-australia-boosts-to-1000-next-year-boost-to-meu-force-proceeds/
http://www.news.com.au/money/federal-budget/budget-2013-defence-spending-up-as-military-grows/story-fn84fgcm-1226642483169
http://www.geopolitica-rivista.org/21540/il-focus-usa-dallatlantico-allasia-pacifico-la-cina-nel-mirino/

martedì 3 settembre 2013

MR. PRESIDENT, LE SUE LINEE ROSSE, PERCEZIONE DI DEBOLEZZA E RISCHI DI SOTTOVALUTAZIONE

Autore: Angelo Paulon


Mai come in questi giorni Obama sembrava essere all’angolo. Senza il sostegno dello storico alleato britannico, il cui Parlamento ha votato contro l’intervento armato in Siria; incalzato e quasi deriso da Putin che, sprezzante, invitava il già premio Nobel per la pace a pensare alle future vittime della sua eventuale azione militare; sbeffeggiato persino da Assad che rilasciava interviste a grandi giornali occidentali sottolineando come non abbia fornito le prove dell’attacco con armi chimiche del 21 agosto scorso. Proprio in un momento così difficile, Obama sembra aver segnato oggi il primo punto a suo favore: i principali leader repubblicani del Congresso (lo Speaker John Boehner e il leader di maggioranza alla Camera, Eric Cantor) hanno dichiarato il loro sostegno all’intervento militare richiesto dal presidente. Boehner ha sostenuto che è necessario rispondere all’attacco con armi chimiche in Siria e solo gli Stati Uniti hanno la capacità di fermare Assad. Pare quindi che la frenetica attività di lobbying operata dagli uomini più fidati di Obama abbia avuto i primi risultati, mentre fino a ieri il voto del Congresso appariva tutt’altro che scontato. 

Cerchiamo di approfondire la questione. In cosa consiste il vero problema di Obama? Nel non aver ancora attaccato la Siria? Ovviamente no: anzi, allo stato delle cose il non intervento potrebbe anche essere visto come una saggia decisione. Quando si tratta di scegliere tra due mali, si sceglie solitamente quello minore, sul momento o in prospettiva. Ma quando non si è in grado di comprendere quale dei due sia peggiore dell’altro, può avere senso restare fuori dai giochi. In Siria il conflitto è tra un regime spaventoso, che ha massacrato decine di migliaia di persone, e un’opposizione frammentata e poco coesa, ma tutt’altro che esente dall’aver perpetrato stragi e violenze d’ogni genere. Il video circolato per qualche giorno su Youtube, nel quale un combattente dell’opposizione addentava in favore di telecamera il cuore di un lealista dopo averlo ucciso e letteralmente squartato, testimonia l’orrore di cui entrambe le parti sono responsabili. Insomma, nella guerra civile siriana è molto difficile individuare i “buoni”. E in effetti, nessuno tra gli alleati occidentali degli USA è convinto che rovesciare il regime alawita, consegnando di fatto il paese agli islamisti e all’anarchia, sia poi una buona idea. Quindi, il non attacco di per se stesso è parte secondaria degli affanni del presidente USA, considerando anche l’eventualità che il conflitto sfugga dal controllo delle parti e si tramuti in un confronto su scala più ampia.

Parliamo allora della famosa linea rossa dell’utilizzo delle armi chimiche. Circa un anno fa Obama affermò che l’uso di tali armi da parte del regime siriano contro la propria popolazione sarebbe stato inammissibile e avrebbe portato a conseguenze molto dure per Assad. Ebbene, anche se ancora non è stata mostrata al mondo la “pistola fumante”, che il regime abbia fatto ricorso ad agenti chimici parrebbe assodato. Le conseguenze, però, non si sono ancora viste (è anzi possibile che, se anche ci saranno, si tratterà di qualcosa di più simile a un ceffone che a una punizione esemplare. Ceffone dopo il quale Assad sarà probabilmente libero di continuare a usare buona parte della potenza del suo esercito contro i ribelli). Di fronte a questo massacro di donne e bambini, avvenuto utilizzando strumenti così orribili, ci si potrebbe allora chiedere cosa aspettino gli USA, il gendarme del mondo, a fare qualcosa. L’avanzato mondo libero occidentale non può tollerare questo crimine contro l’umanità, che andrebbe punito adeguatamente! Ci si potrebbe e dovrebbe porre, però, anche molte altre domande. Forse scomode. Prima di tutto, che differenza c’è tra le decine di migliaia di morti di questi due anni e quelli del famigerato attacco chimico del 21 agosto? La morte che arriva per mezzo di colpi d’artiglieria, granate, fucili mitragliatori ha un peso minore di quella che giunge a causa del Sarin? Solo queste ultime uccisioni sono adatte a giustificare un intervento armato? E ancora: se bisogna punire l’immoralità di sanguinosi dittatori che schiavizzano e massacrano la propria popolazione, non sarebbe forse il caso di iniziare, a puro titolo di esempio, dalla Corea del Nord? Eppure, non sembra che alcuna voce si levi alta per chiedere a Obama di attaccare Kim Jong-un e liberare il martoriato popolo nordcoreano… che pure, dopo oltre sessant’anni di sofferenze indicibili, ne avrebbe anche moralmente diritto.

E dunque, il cuore del problema del presidente americano è il non aver ancora punito l’uso delle armi chimiche da parte di Assad? Certamente no. E d’altra parte sarebbe irrealistico pensare che gli USA o chi per essi possano inviare truppe, navi o aerei in tutte le parti del pianeta dove vengono perpetrati crimini abietti contro le popolazioni civili. È inutile nascondersi dietro un dito: gli interventi militari dettati da ragioni umanitarie sono normalmente una patina della quale vengono ammantate azioni che hanno in realtà altri obiettivi, più o meno apertamente confessabili. Evidentemente, in questo caso specifico le ragioni geostrategiche statunitensi non sono tali da giustificare un intervento rapido, pieno e risoluto, né a sopportarne le eventuali conseguenze. Allo stato attuale il gioco non vale la candela, con buona pace delle vittime civili passate e future. Possiamo star certi che, se fossero stati in ballo interessi vitali degli USA, staremmo commentando ben altro tipo di decisioni da parte di Obama e una loro ben diversa tempistica; e questo, indipendentemente dalle (non) decisioni  del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Ciò che in questi giorni sta angustiando il presidente, e non potrebbe essere altrimenti, è invece la sua immagine. L’errore che gli si può imputare è di aver indicato una “linea rossa invalicabile” in maniera troppo avventata. Avrebbe dovuto essere certo di poter reagire in maniera chiara, tempestiva e adeguata qualora tale linea fosse stata superata. Cosa che è accaduta, ma Obama non ha ancora reagito. Se anche lo farà tra qualche giorno, sul piano dell’immagine sarà comunque troppo tardi. Su molti media internazionali, in varie cancellerie europee e del mondo arabo, tra i “falchi” del governo israeliano Obama è già stato irrimediabilmente bollato come un pessimo Comandante in capo. Percepito come insicuro, riluttante, poco risoluto. Privo di autorità e, il che forse è peggio, di autorevolezza.

Giudizio condivisibile o prematuro? Domanda di non facile risposta. Certamente Russia, Iran, Siria e Hezbollah sembrano uscire rafforzate da questa situazione, e ognuna ha un buon motivo per esserlo. Putin sa che un’America non in grado, fosse anche per libera scelta, di interferire in maniera decisiva negli affari mediorientali apre un vuoto di potere che la Russia può legittimamente aspirare a colmare, almeno parzialmente (già la gestione della questione egiziana da parte degli Stati Uniti ha sollevato parecchie perplessità). E considerate tutte le altre aree di contrasto con gli USA (il disarmo, i missili e i centri radar dislocati dagli americani in Polonia e Repubblica Ceca, l’accesso al petrolio e alle altre fonti di energia, …) si tratterebbe di un bel punto a favore di Putin in questa riedizione 2.0 della guerra fredda. Assad inizia a pensare che forse, contrariamente a tutte le previsioni di un anno fa, potrebbe anche riuscire a restare in sella a Damasco: e non subire grossi danni dagli USA pur avendo osato superare la famigerata linea rossa potrebbe renderlo ancor più determinato a sedare la ribellione, con ogni mezzo, e porre fine alla guerra civile da vincitore.

La partita più importante, in prospettiva, riguarda però l’Iran, lo spettatore più interessato a soppesare la reazione statunitense alle azioni di Assad. La repubblica islamica potrebbe, a detta di molti, trarre forza e sfrontatezza dalle esitazioni degli USA contro Damasco. C’è chi propone una correlazione diretta tra le oscillazioni dell’Occidente tutto sulla Siria e le probabilità che, quando arriverà il momento critico, l’appello a scontrarsi militarmente con l’Iran per impedire che diventi una potenza nucleare finisca col subire la stessa sorte. Se Obama non affronta Assad, avrà il coraggio di combattere con l’Iran, un paese ben più forte, quando questo sarà troppo vicino alla bomba atomica?

Non è il caso di correre troppo con i parallelismi. È chiaro che Obama, come qualsiasi altro presidente si trovasse al suo posto, non sarebbe certo entusiasta di doversi impegnare in una guerra contro la repubblica degli Ayatollah. Ed è sicuro che, prima di dare luce verde a qualsiasi attacco all’Iran, espleterebbe tutte le possibili soluzioni diplomatiche, nessuna esclusa. Ma altri due fattori sono altrettanto certi: da un lato, un Iran dotato dell’arma nucleare modificherebbe completamente lo scenario in Medio Oriente, destabilizzerebbe i rapporti di forza in tutta la regione, potrebbe scatenare una corsa agli armamenti nucleari da parte di altri attori. L’Occidente, e con esso i paesi sunniti del Golfo guidati dall’Arabia Saudita, hanno un interesse diretto a evitare che ciò accada. Detto in altri termini, non possono permetterlo: regalerebbero all’Iran una posizione di enorme potenza, accrescendo tra l’altro il ruolo e l’influenza dei molti gruppi terroristici a esso legati (in primis Hezbollah). Il secondo fattore ha direttamente a che fare con uno Stato che non sbandiera ai quattro venti linee rosse da non superare e non cerca disperatamente sponde tra i paesi amici: molto più pragmaticamente, quando la sua sicurezza è minacciata oltre il limite del tollerabile, agisce. È fuori discussione che, in caso di coinvolgimento diretto di Israele in qualsiasi conflitto, gli USA non potranno che schierarsi a fianco dello stato ebraico. Lo testimonia il segnale lanciato dai test missilistici congiunti israelo-americani di oggi nel Mediterraneo orientale. D’altro canto, i preparativi per l’eventuale confronto con la repubblica islamica non si sono mai fermati. A metà agosto il generale americano Martin Dempsey, presidente dello Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate americane, ha pubblicamente affermato che le opzioni militari USA contro l’Iran sono migliori rispetto a un anno fa.

In sostanza, al momento Obama è apparso un presidente senza troppa spina dorsale, particolarmente ansioso di garantirsi il supporto preventivo a qualsiasi azione militare da parte della comunità internazionale o, in subordine, almeno del suo parlamento. Ma Russia, Siria o Iran faranno meglio a non esagerare con gli atteggiamenti strafottenti degli ultimi giorni, i quali ricordano più dei bulletti di periferia che degli stati sovrani. Un eventuale eccesso di boria e di arroganza potrebbe compattare sia il fronte interno USA sia l’Occidente al fianco di Obama, e riservare loro inaspettate, amare sorprese.


Fonti:
http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-23950253
http://www.jpost.com/Defense/Israel-announces-successful-joint-missile-test-with-US-in-Med-325152
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-and-defense/1.541704

mercoledì 21 agosto 2013

EUROPA, IL MOMENTO DI SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE

Autore: Angelo Paulon



La diplomazia europea vive giorni di grande impegno. L’esplosiva situazione egiziana, unita al proseguire senza fine della guerra civile in Siria (secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, violenti scontri sono in corso oggi nei pressi di Ras al-Ayn, nel nordest del paese, tra milizie curde e ribelli affiliati a fazioni qaediste), sono solo due delle molte questioni sul tappeto. Ma la contingenza del momento fa sì che proprio l’Egitto sia ora in cima alla lista delle preoccupazioni dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'UE, Catherine Ashton.

Oggi, 21 agosto, i ministri degli Esteri dei paesi dell’UE si riuniscono a Bruxelles proprio con l’Egitto come tema unico dell’incontro. Cosa ci si può aspettare da tale riunione? Alcuni organi di stampa hanno felicemente riassunto l’obiettivo del vertice con l’espressione “condannare le violenze senza compromettere il futuro”. E in effetti, inviare un messaggio forte ma al tempo stesso costruttivo ai principali attori della crisi egiziana sembrerebbe, in linea di principio, molto saggio e lungimirante.

Peccato che la situazione sul campo, questa volta, consenta solo limitate acrobazie dialettiche. L’Egitto è ovviamente uno dei paesi chiave della regione. Dall’evolversi della crisi dipende non soltanto il suo futuro, ma quello dell’intero Medio Oriente nei prossimi decenni. Non è un caso che tutti gli attori interessati a espandere o conservare la propria influenza sull’area abbiano già chiaramente fatto la loro scelta di campo.

Da un lato il premier turco Erdogan, che ha dichiarato di ritenere Israele responsabile della destituzione del presidente Morsi, da lui considerata un colpo di stato. Erdogan è sempre stato vicino a Morsi e alle posizioni dei Fratelli Musulmani, in quanto il loro background ideologico è sostanzialmente simile. Non a caso, sia il premier turco che l’ormai ex presidente egiziano si sono distinti per politiche analoghe: le graduali purghe contro i militari (basti pensare alla condanna all’ergastolo dell’ex capo di stato maggiore turco Ilker Basbug per il suo ruolo in un presunto complotto volto a rovesciare Erdogan) o provvedimenti socio-culturali indicatori di una chiara visione islamista della società (sempre in Turchia, il ritorno all’abbigliamento islamico per le donne, bandito sin dai tempi di Ataturk; le lezioni obbligatorie di Corano nelle scuole; le restrizioni alla vendita di alcolici).
Anche l’emirato del Qatar ha sin dall’inizio della crisi condannato l’intervento dei militari egiziani. Da molto tempo il Qatar supporta i Fratelli Musulmani in Egitto (anche con aiuti finanziari, che non a caso sono aumentati esponenzialmente dopo l’elezione di Morsi alla presidenza della Repubblica), così come i loro omologhi siriani e altri movimenti affini, come Hamas nella Striscia di Gaza.

Dall’altro lato la maggior parte dei paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, sostengono invece apertamente l’azione dell’esercito egiziano. Il principe saudita Abdullah bin Abdul Aziz ha espresso già la scorsa settimana il suo pieno supporto ai militari egiziani nella loro “lotta contro il terrorismo”. Sulle stesse posizioni dei sauditi troviamo anche Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Israele, sebbene sottotraccia, sta informando le cancellerie dei paesi occidentali che, a suo parere, un solo attore è in grado di promuovere e sostenere un governo stabile che diriga l’Egitto: l’esercito. Se lo si abbandona, il paese farà la fine della Siria o della Libia. Dunque, bisogna prima rimettere lo stato in carreggiata, e solo in un secondo momento si potrà provare a riavviare il processo democratico. Inoltre, lo stato ebraico sta cercando di convincere Obama che non appoggiare i militari egiziani nella loro azione potrebbe compromettere ulteriormente anche la già delicata situazione nel Sinai (terreno fertile per l’insediamento di terroristi islamisti) e danneggiare gli sforzi volti a far proseguire i negoziati di pace israelo-palestinesi.

In sostanza, i fronti pro e contro l’esercito del paese dei faraoni si sono già ben delineati. Dove si colloca l’Europa? 

Sembra certo che gli europei puntino a mantenere un ruolo di mediazione tra l’esercito e la fratellanza musulmana. Una posizione che tuttavia non sembra essere frutto di una chiara visione strategica, quanto piuttosto della consueta divisione tra gli stati membri. C’è infatti chi ha già autonomamente deciso di bloccare le forniture di armi ai militari (Italia e Germania) e chi da parte sua, come la Danimarca, ha sospeso l'erogazione dei finanziamenti ai progetti di sviluppo o alle istituzioni pubbliche egiziane. Altri paesi si dimostrano invece più cauti: di certo, comunque, tra le opzioni in discussione figurano il congelamento degli aiuti finanziari al Cairo e la sospensione degli accordi militari e di sicurezza.

Il problema, però, è di più ampio respiro e non riguarda soltanto il pur corposo programma di assistenza varato da Bruxelles nel novembre 2012: circa 5 miliardi di Euro per il periodo 2012-2014, destinati soprattutto a migliorare la vita quotidiana degli egiziani. La questione è prettamente geopolitica: quale ruolo vuole avere l’Europa in Egitto e nell’intero Medio Oriente? L’UE, tradizionalmente uno dei principali donatori e il maggiore partner commerciale del paese dei faraoni, desidera essere un leader e provare a gestire finalmente la situazione da protagonista, o si accontenterà di fare la comparsa adeguandosi a quanto verrà prima o poi deciso dagli USA? I quali, detto per inciso, non possono tergiversare troppo, dato che sono stati “avvisati” dai sauditi che qualsiasi decisione prendono ora avrà ripercussioni nelle loro relazioni a lungo termine col mondo arabo e musulmano.

Senza dubbio, come afferma l'inviato UE per l'Egitto, Bernardino Leon, “non c’è una soluzione facile”. Congelare gli aiuti economici, dando così un segnale forte ai militari egiziani affinché allentino la morsa sulla popolazione? In questo caso il rischio è perdere ulteriormente influenza economica e politica nella regione. Influenza, peraltro, sempre più minacciata dai paesi ricchi della regione, specialmente l’Arabia Saudita. Proprio Riad ha fatto sapere, lunedì scorso, che i Paesi arabi sono pronti a compensare ogni calo degli aiuti occidentali all’Egitto. Il che dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per USA ed Europa.

Sospendere gli aiuti militari? L’assistenza europea all’Egitto in questo campo è di 140 milioni di Euro l’anno. Briciole, se comparate al miliardo e mezzo di dollari assicurate da Washington. Dunque, un’azione solo europea avrebbe ben poco effetto. Viceversa, un’azione concordata tra USA e UE sarebbe ben più impattante. Ma si aprirebbe, in tal modo, un’autostrada per i competitors nella fornitura di armamenti: in primis la Russia, che sarebbe ben felice dell’occasione per fare cassa e, soprattutto, riposizionarsi sullo scacchiere mediorientale.

D’altro canto, dare aperto sostegno alle Forze Armate egiziane per giungere il prima possibile a una stabilizzazione del paese (come apertamente richiesto alla comunità internazionale dal Ministro degli Esteri saudita, Saud al Faysal) verrebbe interpretato come un’azione dichiaratamente ostile ai Fratelli Musulmani. Inoltre,  l’Europa presterebbe il fianco al fuoco di fila delle critiche. Non è difficile immaginare la reazione di certi ambienti intellettuali e culturali in un caso simile: come può l’UE chiudere gli occhi di fronte a quelle che, per gli standard occidentali, sono evidenti violazioni dei più elementari diritti umani? Il valore della democrazia è meno importante del mero interesse economico-politico?

E dunque, parafrasando l’ormai fuori moda Lenin, “che fare”? Per l’Europa si tratta di un dilemma che implica rischi e opportunità in pari grado. Una scelta di campo chiara, precisa e netta, qualsiasi essa sia, comporterebbe il pericolo di crearsi nuovi nemici e di riaccendere vecchie ostilità (ad esempio, a nessuno può sfuggire l’impatto sui movimenti islamisti di un’eventuale scelta di campo a favore dell’esercito egiziano e i connessi rischi per cittadini e paesi europei). Ma tale scelta porterebbe con sé anche l’opportunità di affermarsi, finalmente, come un attore che vuole (ri)acquistare quel ruolo sullo scacchiere mondiale che, in potenza, potrebbe sicuramente recitare.

C’è da scommettere che, come sempre più spesso accade, la scelta non sarà univoca. Tra distinguo, rivendicazioni di autonomia in politica estera, interessi economici e geostrategici differenti, anche stavolta probabilmente l’UE non parlerà con una voce sola (o, se lo farà, si tratterà del solito compromesso al ribasso). Dando ragione, per l’ennesima volta, a tutti coloro che sostengono che la politica estera dell’Europa, semplicemente, non esiste.

Fonti
http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/08/16/Saudi-King-Abdullah-declares-support-of-Egypt-against-terrorism.html
http://www.cnsnews.com/news/article/saudis-warn-west-we-won-t-forget-your-stance-egypt
http://www.israele.net/messaggio-da-israele-prima-evitare-che-legitto-vada-a-pezzi-poi-pensare-alla-sua-democrazia
http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Israel-warns-US-Alienating-Egyptian-army-might-risk-peace-talks-323642

lunedì 12 agosto 2013

SCONTRI DI CIVILTÀ (?). LE VIOLENZE TRA BUDDISTI E MUSULMANI INFIAMMANO L’ASIA


Autore: Angelo Paulon




Quella dello “scontro di civiltà” viene spesso considerata, in Europa e negli USA, una teoria che preconizza un più o meno prossimo conflitto radicale tra il mondo islamico e quello occidentale. Comprensibilmente, lo choc dovuto all’11 settembre e alle sue conseguenze (le guerre in Afghanistan e Iraq, la caccia a Bin Laden, la lotta contro Al Qaeda, …) fa in modo che, in Occidente, ci si concentri soprattutto sull’inconciliabilità (o supposta tale, a seconda dei punti di vista) tra i valori fondanti le democrazie di stampo liberale e quelli alla base dell’Islam. È poi singolare notare come quando vi sono notizie di scontri interetnici o interreligiosi che non vedono direttamente coinvolti cittadini occidentali o gruppi di cristiani, a essere sotto la lente d’ingrandimento è soprattutto il Medio Oriente, data la sua prossimità geografica all’Europa e la sua importanza globale in termini geopolitici. Eppure, anche qui, quando gli scontri non sono più breaking news o quando i conflitti si incancreniscono e diventano duraturi (vedi Siria), lo spazio dedicato a questi avvenimenti e l’interesse dell’opinione pubblica tendono a scemare piuttosto velocemente.

In realtà, gli scontri tra diversi gruppi confessionali e/o etnici che non appartengono, né geograficamente né culturalmente, al mondo occidentale sono all’ordine del giorno. Non si tratta di avvenimenti sporadici e occasionali, quanto di episodi organizzati e pianificati nel contesto di conflitti molto più ampi. L’escalation cui si assiste è impressionante, e l’ondata di attentati che ha insanguinato l’Iraq provocando una novantina di morti in occasione delle festività per la fine del Ramadan (10 agosto) ne è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo. Questi specifici attacchi riguardano lo scontro, tutto interno all’Islam, tra sunniti e sciiti. Lo dimostra la puntuale rivendicazione di Al Qaeda, giunta tramite l’organizzazione radicale affiliata che si definisce Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. I terroristi hanno rinnovato le loro minacce agli sciiti, che a loro dire non potranno più sentirsi al sicuro.

Ma ci sono anche altri fronti molto caldi nel mondo. In Asia si assiste, già da tempo, a una recrudescenza nelle violenze tra buddisti e musulmani. Qualche dato di cronaca può illustrare la situazione in maniera chiara. 2004: nelle province più meridionali della Thailandia, al confine con la Malesia, prende il via un’insurrezione contro il governo centrale. La guerra civile tra esercito e separatisti locali, popolazioni a maggioranza musulmana, sino a oggi ha provocato almeno 5.000 vittime. 2012: a giugno e a ottobre, nella regione di Rakhine (Myanmar occidentale) esplodono violentissimi scontri interreligiosi tra buddisti e musulmani di etnia Rohingya; si contano almeno 80 morti e decine di migliaia di sfollati (vi è un’ostilità di lunga data tra i birmani, in particolare i buddisti Rakhine, e i Rohingya, che gli abitanti del luogo non considerano come compatrioti. Il governo del Mynmar, dal canto suo, sostiene la tesi che i Rohingya sono immigrati in tempi relativamente recenti dal subcontinente indiano e dunque non posseggono i requisiti di “popolazione indigena” per avere la cittadinanza birmana). A seguito delle violenze, non meno di 30.000 persone trovano rifugio in Bangladesh, che però ne rimanda indietro a migliaia. L’ONU deve intervenire per sollecitare il Bangladesh ad accogliere i profughi per ragioni umanitarie. Marzo 2013: più giorni consecutivi di scontri nella città di Meiktila (Myanmar centrale) lasciano sul terreno almeno 40 persone, in maggioranza musulmani. Aprile 2013: in un campo profughi di Belawan, nel settentrione di Sumatra (Indonesia), carneficina con 8 buddhisti birmani morti e 20 feriti tra buddhisti e musulmani Rohingya. Maggio 2013: le violenze deflagrano nella città di Lashio, nella regione dello Shan (Myanmar nord-orientale). 4 agosto 2013: un doppio ordigno esplode all’interno del tempio buddista Ekayana a Jakarta (Indonesia), ferendo tre persone. 10 agosto 2013: un gruppo di estremisti buddisti attacca una moschea di Colombo (Sri Lanka) scontrandosi con gli abitanti musulmani della zona; si contano almeno cinque feriti e la polizia è costretta a imporre il coprifuoco.

Scorrendo questo pur breve elenco, sono due i fattori a risultare più evidenti: la frequenza con cui gli scontri avvengono e la loro diffusione territoriale.

Non c’è dubbio che ogni situazione faccia storia a sé. In Thailandia, per esempio, le province meridionali di Narathiwat, Yala e Pattani sono a netta maggioranza musulmana e un tempo erano un sultanato autonomo, Malay. Questi territori costituiscono la base operativa di vari gruppi separatisti di matrice islamico-fondamentalista, che mirano all’autonomia dalla Thailandia e, se possibile, alla rinascita del sultanato.

Nello Sri Lanka, i buddisti accusano i musulmani di controllare settori chiave del commercio e della finanza cingalese e di spingere la popolazione buddista a convertirsi all'Islam. Per di più, il buddismo si fonde all’etnia in un processo di identificazione che tende a privilegiare l’elemento nazionale radicalizzando le differenze con “gli altri”. Ecco allora che organizzazioni come il BBS (Bodu Bala Sena, traducibile a grandi linee come “forza buddista”) hanno gioco facile a riscuotere successo tra la popolazione grazie a una posizione politica fortemente intollerante verso i musulmani, il cui alto tasso di natalità è percepito come pericoloso, in prospettiva, per l’identità nazionale.

Nel Myanmar la situazione è, se possibile, ancora più drammatica. Le violenze del 2012 e dell’anno in corso hanno già provocato, oltre a decine di morti, più di 100.000 senza tetto. La città di Sittwe, nella regione di Rakhine, è ormai svuotata dei suoi abitanti di fede musulmana, costretti a trasferirsi in squallidi campi profughi ai margini della città. Il meglio cui costoro possono aspirare è raggiungere via mare la Malesia su qualche malandato peschereccio, nella speranza di superare indenni la traversata. Le tensioni interreligiose sono alimentate anche da un movimento di monaci birmani, che invita a boicottare negozi e attività dei seguaci di Maometto. L’esponente di punta di questo movimento è il celebre monaco Wirathu, conosciuto come il “Bin Laden birmano”. Intervistato nei mesi scorsi dal settimanale Time, ha apertamente espresso la propria visione delle cose: “[Muslims] are breeding so fast and they are stealing our women, raping them […] They would like to occupy our country, but I won’t let them. We must keep Myanmar Buddhist”. La stessa Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, è stata più volte criticata dai gruppi internazionali a tutela dei diritti umani per non aver chiarito la sua posizione sui problemi delle popolazioni coinvolte dall’ondata di odio e violenza diffusa in diverse città.

Bisogna però fare attenzione a non etichettare questi conflitti come semplici questioni interne ai vari paesi. In realtà, le violenze interconfessionali hanno già provocato importanti reazioni a livello internazionale. Si sono avute manifestazioni pacifiche, come una marcia di solidarietà ai Rohingya tenutasi a Mumbai, in India, da parte della comunità musulmana locale. Ma vi sono stati anche attacchi terroristici: il 7 luglio uno dei siti più importanti per il buddismo indiano, il Bodh Gaya di Bihar, è stato oggetto di un attentato molto probabilmente opera di un gruppo islamico. Non sono mancate altre prese di posizione ostili nei confronti dei buddisti e solidali con i musulmani. In Indonesia, il più popoloso stato islamico del mondo, sono state organizzate molte raccolte di fondi a favore dei Rohingya. La solidarietà religiosa ha però preso anche una piega più violenta: ad aprile un religioso islamico radicale, Abu Bakar Basyir, ha chiamato alla jihad contro i buddisti del Myanmar. Forse non casualmente, in maggio due uomini sono stati arrestati perché sospettati di pianificare un attentato con pipe-bombs contro l’ambasciata birmana di Jakarta. Non è tutto: secondo ambienti vicini ai servizi di sicurezza, pare che lo scorso 19 giugno si sia tenuto a Jakarta un meeting tra il Forum Umat Islam, un gruppo estremista indonesiano, e due esponenti della Rohingya Solidarity Organization (RSO). Lo scopo potrebbe essere stato quello di studiare come fornire armi ai Rohingya affinché costoro possano contrattaccare. Di certo, sembra abbastanza plausibile che i Rohingya cerchino supporto tra altri gruppi di correligionari. Così come pare logico pensare che l’intervento, diretto o indiretto, di altri gruppi terroristici nell’area non promette niente di buono.

Pur nelle specificità nazionali, che non possono essere sottovalutate, stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza un paio di fattori comuni a questi conflitti. Il primo è il già parzialmente citato processo di identificazione etnico-religiosa che porta il buddismo a diventare trait d’union tra diversi elementi della società, sia in vista di un rafforzamento dell’identità nazionale che in funzione anti-islamica. Processo al quale si sommano e con il quale si combinano elementi di contingenza e convenienza politica. In Myanmar, ad esempio, c’è la concreta possibilità che alcuni partiti di minoranza (segnatamente la National Democratic Force, NDF) presentino un progetto di legge (sponsorizzato da Wirathu e dai suoi seguaci) volto a limitare la possibilità di matrimoni interconfessionali. Il tutto per puro calcolo elettorale, al fine di far leva sui sentimenti nazionalistici e anti-islamici della popolazione buddista e guadagnare voti per tentare di evitare la più che probabile vittoria a valanga alle prossime elezioni del partito di Aung San Suu Kyi, la National League for Democracy (NLD).

Il secondo fattore comune alle violenze è, forse sorprendentemente, il ruolo dei monaci. L’immagine del buddismo come religione della tolleranza e della non violenza esce da questi mesi di scontri piuttosto modificata. È vero che, da un lato, i monaci possono essere usati come delle pedine in un gioco strategico più sofisticato e che la loro presenza può fornire una copertura ideologica ai conflitti (è il caso, ancora una volta, del Myanmar, dove non si può escludere che le attuali tensioni siano orchestrate anche da ex appartenenti alla giunta militare che governava il paese. Ora questi elementi potrebbero mirare a portare instabilità nel paese, per minare le riforme politiche in chiave democratica degli ultimi tre anni). Ma è altrettanto evidente che emerge, nello Sri Lanka e in Myanmar, così come in Thailandia, una forte militanza patriottica fra i monaci buddisti, sempre più inestricabilmente legati agli eserciti, dai quali ricevono protezione. in Thailandia, ad esempio, monaci ed esercito fanno apertamente fronte comune; i religiosi consentono alle forze armate di usare i templi come basi operative contro i ribelli musulmani e ci sono anche casi di monaci-soldato: “In fighting the Muslim insurgents, the Thai army has become inextricably bound up with Buddhist monks. Temples are used as army bases, and “soldier monks” are said to operate”. Per converso, i ribelli ritengono i monaci come obiettivi specifici da colpire, in quanto vengono visti come simbolo dell’autorità del governo thailandese. A riprova del sempre più stretto legame tra religione, nazionalità e autorità governativa. Legame che, sul fronte opposto, è giocoforza utilizzato in chiave anti-islamica e anti-separatista.

In conclusione, quindi, sembra proprio che elementi comuni alle singole situazioni interne di vari paesi, propaganda, reti di solidarietà confessionale, aiuti economici e militari transnazionali (veri o presunti) rendano le tensioni sempre meno un fattore interno ai vari stati e sempre più un confronto totale tra due delle più grandi religioni dell’Asia. Nei primi mesi di quest’anno sono iniziati i colloqui di pace ufficiali tra il governo di Bangkok e i ribelli islamici delle province del sud, rappresentati dal gruppo Barisan Revolusi Nasional. Si sono tenuti già tre round di questi negoziati, sotto l’auspicio della Malesia, paese nel quale si tengono gli incontri. C’è da augurarsi che le parti riescano a trovare un accordo che possa, se non porre termine al conflitto thailandese, almeno costituire un buon punto di partenza per smorzare la tensione nell’area e abbassare la temperatura in una zona già di per sé molto calda. Se, al contrario, non si dovesse trovare nessuna soluzione, i rischi di una nuova escalation di violenze interconfessionali aumenterebbero esponenzialmente. E qualsiasi ulteriore diffusione dell’incendio non sarebbe certo un bel segnale per il continente…

Fonti:
http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/08/2013811214511140106.html
http://www.heraldsun.com.au/news/breaking-news/al-qaeda-claims-iraq-deadly-attacks/story-fni0xqll-1226695290774
http://www.lastampa.it/2013/08/12/esteri/al-qaeda-rivendica-gli-attentati-in-iraq-e-minaccia-gli-sciiti-non-siete-sicuri-RVfsItAmqnUSWHCsk9xgbL/pagina.html
http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-18460804
http://www.repubblica.it/esteri/2013/04/05/news/una_nuova_carneficina_a_sumatra_lo_scontro_tra_buddisti_e_musulmani-56028118/
http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-22697104
http://world.time.com/2013/08/07/jakarta-bomb-a-warning-that-burmas-muslim-buddhist-conflict-may-spread/
http://freedomnewsgroup.com/2013/06/22/the-face-of-buddhist-terror/
http://wagingnonviolence.org/feature/disillusionment-and-disappointment-with-aung-san-sui-kyi/
http://www.economist.com/news/asia/21582321-fuelled-dangerous-brew-faith-ethnicity-and-politics-tit-tat-conflict-escalating