"In un regime totalitario gli idioti ottengono il potere con la violenza e gli intrighi... in una democrazia, attraverso libere elezioni..."

venerdì 22 luglio 2016

IL CONTRO-GOLPE DI ERDOGAN E L'UTOPIA DELLA LAICITA'

Autore: Emiliano Bonatti


La reazione di Erdogan al buffo tentativo di Colpo di Stato del 15 luglio scorso si è abbattuta come un tornado sugli apparati statali da lui considerati poco “fedeli”. Il contro-Golpe è andato a colpire ben oltre quella parte di esercito che ha materialmente tentato la sorte, ma si è ampliato ad altre istituzioni che il nuovo Sultano ha intenzione di “ripulire”: la Magistratura, parti della Polizia, il mondo della scuola e delle università. I media parlano di oltre 50.000 persone coinvolte in questa vera e propria epurazione. C’è, però, un’altra vittima importante di questo pugno di ferro, ovvero quella laicità delle istituzioni che nei paesi islamici appare sempre più un’utopia irraggiungibile. Anche la Turchia, considerata per decenni il paese mediorientale più moderno e laico, sta subendo una deriva ormai inarrestabile verso l’islamizzazione dello Stato.


Ed è proprio da qui, ovvero dall’incapacità delle società islamiche di affrancarsi dal precetto religioso nella gestione della cosa pubblica, che iniziano le inevitabili frizioni e difficoltà di dialogo con le culture occidentali. Il vero, autentico, punto focale per lo sviluppo dei nostri regimi democratici è stata l’espulsione della religione dalle istituzioni che guidano lo Stato che l’ha traslata, e garantita, al rango di pieno diritto della sfera privata di ogni singolo cittadino ma non come guida dell’intera società. Il processo di costruzione sociale della democrazia è stato lungo e tortuoso: è passato attraverso le guerre di religione, la nascita non certo incruenta degli Stati Nazione, la Rivoluzione francese, l’Illuminismo, la Restaurazione, gli orrori del Novecento. Ma è proprio grazie a questo percorso che le società occidentali hanno costruito al proprio interno le basi per lo sviluppo di solide istituzioni democratiche. La Democrazia non può essere imposta dall’alto, o peggio ancora “esportata”: se la società non è pronta, la Democrazia è destinata al fallimento. Ed è questa, ormai, la situazione certificata dei paesi islamici. L’illusione delle primavere arabe, appoggiate in diversi casi dalle armi occidentali, ha restituito uno scenario desolante. Nei paesi in cui si sono svolte elezioni più o meno regolari la vittoria è andata puntualmente a partiti islamici o islamisti che hanno tentato da subito l’introduzione dei precetti religiosi nelle relative Costituzioni. Negli Stati falliti (come Irak, Siria, Libia) lo Stato Islamico ha preso il potere in maniera cruenta all’interno di guerre tribali o nell’infinita lotta intestina tra sunniti e sciiti. L’Islam, di fatto, è stato per le società arabe un fattore di immobilità sociale devastante e per il momento non sembra possibile vedere all’orizzonte strade alternative e modernizzanti.



E qui si torna al nodo principale, ovvero alla possibilità di un dialogo reale o di una pacifica convivenza tra società profondamente differenti. Credo che l’Europa debba continuare sul proprio percorso di dialogo e accoglienza, ma rovesciando completamente un modello di integrazione che sta dimostrando sempre di più il proprio fallimento. Innanzitutto dovrebbe smettere di negare se stessa per paura di offendere qualcuno o per paura di sentirsi accusata, in maniera del tutto strumentale, di essere razzista. I popoli europei hanno raggiunto conquiste inarrivabili in termini di diritti civili e di libertà e devono ricordare ogni giorno a qualsiasi ospite che quei diritti sono la linea al di sotto della quale non è tollerabile andare. L’Europa non può azzerarsi per paura di sembrare quello che non è: il rischio di questo assurdo avvitamento su se stessa in nome del political correct, e la mancanza di qualche risposta forte nella gestione delle problematiche connesse alle follie del terrorismo di matrice islamica, è quello di lasciare campo aperto alla nascita degli Hitler del futuro. Il terreno, purtroppo, è già fertile e non molto diverso da quello degli anni ’30 del novecento: una perdurante crisi economica e un potenziale nemico su cui riversare qualsiasi colpa e contro il quale aizzare le masse. 

sabato 16 luglio 2016

COLPO DI STATO FALLITO IN TURCHIA: UN BENE O UN MALE?

Autore: Emiliano Bonatti


Il tentativo di colpo di Stato da parte dell'esercito turco (o di una sua parte) è fallito goffamente nel giro di poche ore, permettendo ad un trionfante Erdogan di rientrare in patria dopo aver atteso al sicuro l'evolversi della situazione, con un  coraggio da leone, sorvolando i cieli di mezza Europa. I caduti paiono circa 300, di cui meno di un centinaio civili, ma il tutto poteva trasformarsi in una carneficina proprio grazie all'invito sconsiderato dello stesso Erdogan rivolto ai turchi affinchè manifestassero in piazza a suo favore. Una specie di "armiamoci e partite" in salsa turca che avrebbe potuto mandare al massacro centinaia di innocenti, se solo le forze golpiste avessero deciso di aprire il fuoco in maniera pesante sui manifestanti. Fortunatamente i soldati, dimostrando una statura diversa da quella del leader turco, si sono rifiutati di usare violenza contro i propri connazionali, cosa che Erdogan non s'è certo risparmiato dal fare in diverse manifestazioni di piazza.


Per valutare se il fallimento del colpo di Stato sia un bene o un male per il futuro della Turchia e degli equilibri strategici europei e mondiali, bisognerà attendere di capire chi si muovesse realmente dietro a questo tentativo di rovesciare il governo turco. Erdogan ha accusato immediatamente l'ex alleato islamista, Fetullah Gulen, di essere il burattinaio nascosto dietro le quinte e, se così fosse, l'esito della vicenda sarebbe senza dubbio positivo. Un'ulteriore accelerazione della distanza da una Stato laico, ancora più potente di quella già intrapresa dallo stesso Erdogan, sarebbe stato un problema per tutto lo scacchiere medio-orientale, con l'Isis alle porte della Turchia e già capace di compiere attentati sul territorio turco senza particolari problemi. Appare però fin troppo facile accusare un personaggio che, per quanto potente possa essere, vive in esilio dall'altra parte del mondo da ormai 16 anni. Ed appare altrettanto facile e redditizio accusare qualcuno più "estremista" per sembrare agli occhi del mondo il salvatore della democrazia turca. Nel quadro generale, dunque, pare esserci qualcosa che non torna tant'è che anche il Governo americano ha chiesto a Erdogan di fornire adeguate prove che dimostrino il coinvolgimento di Gulen, che vive negli Stati Uniti dal 1999.


Se invece l'esercito si fosse mosso nel rispetto del ruolo ormai istituzionalizzato nella realtà turca di garante della laicità dello Stato e dei diritti civili, in difesa dell'ideale di Turchia di Ataturk, lo scenario sarebbe completamente rovesciato. Erdogan, nella sua strana concezione di democrazia, ha di fatto virato verso l'islamizzazione delle istituzioni deviando profondamente dalla strada di un paese laico e moderno. Ha "giocato" con Isis, dapprima appoggiandolo sottobanco in chiave anti curda, poi scaricandolo ufficialmente a seguito delle pressioni occidentali subendo la rappresaglia del califfato che senza grossi problemi ha scatenato l'inferno con diversi attentati sul suolo turco. Ha soffocato con la violenza diverse manifestazioni di dissenso interne, con un pesante giro di vite nella libertà di espressione. Ha ricattato i paesi europei sfruttando la disperazione delle masse di migranti e le paure europee, ottenendo dall'UE fiumi di euro per non scaricare il problema direttamente ai nostri confini, tirando sempre più la corda per ottenere maggiori benefici. Insomma, la Turchia di Erdogan in questo momento non è certo un fulgido esempio di democrazia, quantomeno nell'accezione di democrazia occidentale. Ne tantomeno appare come un partner affidabile per i paesi europei o per gli Stati Uniti. Lo dimostra il tentennamento, durante la notte di scontri, da parte di tutte le principali Cancellerie che hanno atteso ore prima di decidere quale parte in campo sostenere. Molto probabilmente diversi leader, senza poterlo dire apertamente, hanno sperato che il golpe riuscisse. Dallo strettissimo punto di vista della  Realpolitik una Turchia in mano all'esercito, se mosso realmente nel ruolo di garante contro derive islamiche/islamiste, garantirebbe maggiore stabilità, un maggior impegno contro Isis, una più rigorosa gestione dei flussi migratori e un partner più affidabile e vicino all'Occidente.



L'unica realtà concreta, al momento, è però il fallimento del golpe che restituisce un Erdogan sicuramente più forte e assetato di vendetta. Il popolo pare essere con lui, anche se buona parte dei giovani turchi che hanno spesso manifestato nelle piazze la pensa in maniera totalmente diversa. La reazione contro i "traditori" si attende cruenta e sarà interessante valutare la conseguente posizione dei Governi mondiali circa la violazione dei diritti umani in caso di punizioni esemplari. La situazione nello scacchiere mediorientale è già altamente intricata di suo, una Turchia nel caos peggiorerebbe ulteriormente lo scenario, con pesanti ripercussioni sopratutto per i paesi europei.

mercoledì 4 novembre 2015

ISIS-LINKED: L’ATTIVITA’ DEI GRUPPI AFFILIATI AD ISIS AL DI FUORI DEI CONFINI DI IRAK E SIRIA

Autore: Emiliano Bonatti

Mentre nel teatro siriano e iracheno continuano, con risultati e obiettivi altalenanti, gli interventi delle coalizioni a guida americana e russa, l’appeal del fanatismo islamista dell’Isis continua a fare proseliti su gruppi di tagliagole sparsi in tutto il mondo arabo. L’ISW (Insitute for the study of war) pubblica un report che traccia l’attività di questi gruppi durante tutto il mese di ottobre. Un attacco a tutto tondo volto a incendiare le rivalità all’interno dello stesso mondo arabo, a colpire Israele, l’Occidente in generale e la new entry russa, colpevole di aver messo piede in territorio siriano. Dall’infografica realizzata da Il Quinto Elemento è possibile valutare i luoghi dove le cellule affiliate ad Isis hanno colpito.




  • 6 Ottobre (Yemen): Isis Wilayatr Aden-Abyan rivendica un attentato suicida a strutture militari e politiche presso la città di Aden;
  • 9 Ottobre (Afghanistan): Isis Wilayat Khorasan lancia un attacco contro un gruppo Sciita a Kabul;
  • 10 Ottobre (Turchia): 199 morti ad Ankara a seguito di un attentato suicida in una marcia per la pace, le autorità turche accusano la leadership siriana di Isis di aver diretto l’attacco;
  • 12 Ottobre (Russia): le autorità arrestano 10 presunti terroristi sospettati di organizzare un attentato sui mezzi pubblici di Mosca, da quanto emerge dalle indagini alcuni di loro si sono preparati in Siria presso i miliziani dell’Isis;
  • 14 Ottobre (Libia): Isis Wilayat Taralabus apre un tribunale islamico a Sirte, incaricato di amministrare esecuzioni, roghi di libri proibiti e obbligo per le donne di indossare il hijab;
  • 16 Ottobre (Arabia Saudita): Isis Wilayat Bahrain rivendica il suo primo attacco ad una moschea Sciita nell’est del paese;
  • 22 Ottobre (Israele): Isis rilascia il suo primo video in lingua ebrea ed uno in lingua araba in cui esalta le recenti violenze in Israele e incoraggia gli attacchi agli ebrei;
  • 24 Ottobre (Bangladesh): Isis rivendica un triplo attacco contro gli Sciiti a Dacca, dopo aver rivendicato i precedenti attentati del 29 Settembre e del 3 Ottobre;
  • 31 Ottobre (Egitto): Isis Wilayat Sinai rivendica l’attentato al jet russo caduto nel Sinai per punire l’intervento della Russia in Siria (le cause della caduta non sono ancora ad oggi chiare).

lunedì 2 novembre 2015

AL-ZAWAHIRI CHIAMA A RACCOLTA LE FORZE ISLAMISTE CONTRO RUSSIA E OCCIDENTE

Autore: Emiliano Bonatti


In una registrazione pubblicata nella giornata di ieri il leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri ha lanciato un appello a tutti i sostenitori dei movimenti islamisti per unire le forze contro le diverse forze che stanno intervenendo in Siria ed Irak: “americani, russi, iraniani, alawiti ed Hezbollah stanno coordinando la loro guerra contro di noi, non siamo in grado di fermare i nostri contrasti e indirizzare il nostro impegno contro di loro?”. Queste le parole del successore di Osama Bin Laden, che mettono in luce il tentativo di una nuova evoluzione nei rapporti all’interno dell’estremismo islamico. In una registrazione pubblicata nello scorso settembre, infatti, lo stesso al-Zawahiri “bollava” lo Stato Islamico e il suo leader al-Baghdadi come entità non legittimate a rappresentare le istanze dell’ortodossia islamista, invitando i suoi seguaci a sposare la causa di Al-Qaeda. Ora, invece, il leader auspica un “cessate il fuoco” tra le varie anime e una collaborazione contro un nemico comune.


Risulta impossibile attribuire una data precisa alla registrazione, ma la citazione di Russia e Iran nel messaggio garantisce che la stessa sia avvenuta dopo il 30 settembre, data di inizio dei raid aerei della coalizione guidata dalla Russia in Siria. “Miei fratelli di tutti i luoghi e di tutti i gruppi, stiamo subendo un’aggressione dall’America, dall’Europa e dalla Russia, quindi è tempo di essere uniti come un’unica forza”, continua al-Zawahiri. Lo stesso Stato Islamico, nelle scorse settimane, ha chiamato i fedeli alla guerra santa contro Russia e Stati Uniti. Un’eventuale “collaborazione” tra Isis e Al-Qaeda in territorio siriano e iracheno renderebbe ulteriormente complicata la situazione sul campo ed i tentativi di stabilizzazione dello scacchiere medio-orientale.



Questa strana convergenza tra gruppi fino a ieri profondamente divisi e il senso stesso del messaggio del leader di Al-Qaeda, arrivato dopo l’inizio degli interventi russi in Siria, possono essere interpretati come un parziale segnale di debolezza o di paura per lo sviluppo della situazione del conflitto. I gruppi islamisti, seppur divisi, parevano riuscire ad affrontare, finora,  l’impatto dell’intervento della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Probabilmente l’intervento russo, avvenuto con maggiore profondità e maggiore urto proprio sulle milizie di Al-Qaeda piuttosto che su quelle dell’Isis, pare aver ottenuto quantomeno l’effetto di scompaginare le carte sul tavolo.   


venerdì 30 ottobre 2015

TSIPRAS: LA GESTIONE DEL DRAMMA DEI MIGRANTI E’ UNA VERGOGNA PER L’EUROPA

Autore: Emiliano Bonatti



“Mi vergogno come membro della leadership europea per l'incapacità dell'Europa di affrontare questo dramma umano e per il livello del dibattito ai più alti livelli, dove si gioca allo scaricabarile”. Queste le parole di Alexis Tsipras dopo l’ennesimo dramma consumato oggi sulle coste greche con la morte di almeno 22 migranti, tra cui diversi bambini. Come dargli torto? L’Europa ormai da mesi sta dando il peggio di se nell’affrontare i temi più scottanti dell’agenda internazionale. Proprio la lotta fratricida di questa estate sul debito greco ha sottolineato gli anni luce di distanza tra l’Europa reale e l’Europa dei popoli sognata nel dopoguerra dai padri fondatori del progetto europeista. Un insieme di Stati Nazione preoccupati del proprio orticello, capaci di imporre un ricatto mostruoso e condizioni mortificanti ad uno Stato membro che ha “osato” deragliare rispetto alla “cura” (inefficace peraltro) decisa da qualche potente Cancelliere nel Nord, bravissimo a bacchettare gli altri da un traballante pulpito di onestà e rigore, salvo poi trovarsi qualche scandalo di grossa dimensione proprio sotto casa. Nord contro Sud, alla faccia della “solidarietà” e della “fratellanza” che dovrebbero essere la base della costruzione socio-politica di un progetto di Unione.


Non molto diversamente si stanno comportando gli Stati membri nell’affrontare l’emergenza migranti. Riunioni, summit, ridicole e totalmente inutili decisioni prese sulla carta per mostrare al mondo che “qualcosa” si sta facendo. Peccato che poi, nella realtà, il peso dell’emergenza resta a carico dei tanto dileggiati paesi del Sud, con il Nord e l’Est che mostrano solidarietà ma che si guardano bene dal condividere il problema. L’Europa, specie per buona parte dei paesi dell’Est freschi di adesione, è una specie di supermarket di cui si sono presi i benefici (milioni di contributi per il rilancio delle proprie economie) ma di cui non si vogliono condividere i doveri. La Germania, che dichiarava solo qualche settimana fa una specie di “porte aperte per tutti”, ha già limato la propria posizione. Nel frattempo le persone continuano a morire e i cittadini europei iniziano a far fatica a mantenere un sano spirito di accoglienza. Siamo arrivati ai muri tra Stati, alle autorità di un paese che “accompagnano” i migranti ai confini di un altro, al tutti contro tutti. Un’Europa così non serve a nessuno e manca poco alla definitiva certificazione del fallimento dei tentativi di arrivare ad una vera unione socio-politica. Finchè si è parlato di unione economica, tutti d’accordo e tutti contenti. Quando si è cercato di andare su qualcosa di più “profondo” i risultati sono stati desolanti. L’Unione si sta suicidando, chiusa nel suo bunker di Bruxelles, e la sua impotenza sta dando grosso fiato ai movimenti anti-europeisti che hanno gioco fin troppo facile nel denunciare i colossali limiti ed errori delle istituzioni (il risultato delle elezioni polacche ne è un chiaro esempio). Spinelli si sta rivoltando nella tomba..



Tornando al dramma di oggi, nel solo mese di ottobre almeno 68 persone (di cui un enorme numero di bambini) sono morte al largo delle coste greche. Le piccole isole dell’Egeo stanno subendo una pressione ormai insostenibile. L’esempio dell’isola di Lesbo è esemplare: in un isola di 86.000 abitanti, solo nel 2° trimestre del 2015 sono sbarcati oltre 29.000 migranti. Facendo un rapido confronto, è come se in Sicilia (5 milioni di abitanti) sbarcasse più di un milione e mezzo di disperati.


mercoledì 28 ottobre 2015

SIRIA: LA RUSSIA SI VANTA, GLI ALTRI CRITICANO. DOV'E' LA VERITA'?

Autore: Emiliano Bonatti

Autorità e agenzie di stampa russe non perdono occasione, da giorni, di glorificare la potenza e la capacità delle forze armate di Putin di ottenere favolosi risultati nel loro intervento in Siria contro lo Stato Islamico. I vertici dell’esercito dichiarano che dall’inizio delle operazioni (30 settembre) sono state distrutte ben 819 strutture dei terroristi, grazie al perfetto lavoro delle forze aero-navali russe e della conseguente offensiva sul campo dell’esercito regolare di Assad. Sottolineano inoltre che tutti gli obiettivi sono stati colpiti in accordo con i “partners”  americani in aree sotto il completo controllo delle milizie dello Stato Islamico. Un report odierno segnala quanto riportato da una delegazione russa di ritorno dalla Siria, che segnala addirittura la fuga di centinaia di terroristi e il ritorno di migliaia di profughi nelle zone di origine. Un paese in cui diverse aree paiono già pronte per la ricostruzione, sotto la guida di un governo (quello di Assad) che la idee ben chiare su come risolvere la crisi e pacificare la nazione. Il tutto, condito da prospettive di enormi business per le imprese russe, alle quali il governo siriano garantirà ovviamente la “prelazione” per i lavori necessari a rimettere in piedi la nazione liberata dai terroristi. Insomma, dal lato russo arriva un bel libro ad usum propaganda in cui l’intervento nel teatro siriano rasenta i limiti della perfezione.


Sulla sponda opposta diverse voci tacciano come pura retorica fuorviante l’autocelebrazione di Putin. L’ISW (Institute for the story of war), basandosi su fonti attive nel teatro di guerra, segnala come la “campagna di disinformazione” russa sia solo un tentativo per presentare Mosca come un partner forte e costruttivo nello scacchiere siriano. Diversi bombardamenti segnalati contro postazioni Isis vengono regolarmente smentiti dagli attori sul campo, come i presunti raid aerei nella zona di Palmira, di cui le fonti impegnate sul terreno non hanno notizia. Così come la constatazione che la stragrande maggioranza degli interventi russi non abbia colpito i territori occupati dalle milizie dell’Isis, ma le postazione del FSA (Free Syrian Army), oppositore di Assad. Human Right Watch e UNHCR accusano Putin di aver ucciso un altissimo numero di civili e di aver provocato la fuga di diversi cittadini siriani dalle proprie case.


Nel frattempo gli Stati Uniti, secondo la Reuters, stanno valutando il dispiegamento di un piccolo numero di forze speciali in Siria e di alcuni elicotteri Apache in Irak. L’opzione è al vaglio di Obama, che resta comunque restio all’impiego di truppe di terra in teatri visti così lontani e ben poco “vitali” dall’opinione pubblica americana. Si tratterebbe, nel caso, di un cambio di passo pesante nella situazione intricata del calderone iracheno e siriano. Il rischio, però, sarebbe quello di creare ulteriore confusione in un teatro che già vede la presenza di un numero indefinito di attori. Gli obiettivi a medio-lungo termine di Stati Uniti e Russia sono opposti: Obama pone come condizione la caduta di Assad, mentre Putin è intervenuto in soccorso del prezioso alleato e, al di la delle dichiarazioni di facciata, cercherà di tenerlo in sella il più a lungo possibile.



Sarebbe dunque difficile, sul campo, capire chi sono gli “amici” e chi sono i “nemici” (già adesso regna il caos). E si sa, a volte basta una piccola miccia per scatenare l’inferno… 

Siria Irak attori fazioni coalizioni



lunedì 26 ottobre 2015

I DATI DI FRONTEX SUI FLUSSI MIGRATORI

Autore: Emiliano Bonatti


Il Risk Analysis Network di FRONTEX, l'agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne dell'Unione, ha pubblicato lo scorso 7 ottobre il report trimestrale sulla situazione dei flussi migratori che premono ai confini del continente. Se da un lato l'agenzia pare in perenne difficoltà nell'espletare la propria mission istituzionale di gestione delle frontiere (dimostrata dalla richiesta di ulteriori 775 agenti agli Stati membri dell'UE datata 2 ottobre), dall'altro è quantomeno in grado di produrre statistiche interessanti che possono aiutare a comprendere la situazione sul campo.


Il report appena pubblicato riguarda i dati rilevati nel secondo trimestre 2015, confrontati col primo trimestre 2015 e l'intero anno 2014. Il primo macro-dato che balza agli occhi è quello che, nel confronto tra il 2° trimestre 2015 e il 2° trimestre 2014, segnala un aumento globale degli ingressi di migranti nel territorio UE del 147% (170.155 unità contro 68.867), con un aumento delle richieste di asilo pari al 65%. Nella valutazione delle singole rotte dei flussi è la "Eastern Meditteranean Route" (Grecia e Bulgaria i primi paesi membri coinvolti) quella che ha subito il maggior aumento della pressione, pari al 670% di ingressi in più rispetto al 2° semestre 2014 (68.178 unità contro 6.767). Strettamente legato a questo flusso è l'aumento della pressione sulla "Western Balkan Route", che ha visto l'ingresso di 34.559 migranti che, una volta arrivati in Grecia o Bulgaria, hanno preferito attraversare i Balcani occidentali e rientrare nuovamente in territorio UE tramite il confine con la Serbia.


Flussi migratori dati frontex Il Quinto Elemento
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La "Central Meditteranean Route", che preme su Malta e Italia, ha visto un aumento globale decisamente meno significativo (+13% - 60.179 unità contro 53.054), accompagnato da una differenziazione delle nazionalità dei migranti. Da un lato i cittadini di origine siriana si sono ridotti di un terzo rispetto alla rilevazione del 2014, spostandosi di fatto verso la Eastearn Mediterranean Route considerata meno pericolosa e più economica. Dall'altro lato sono aumentati i migranti di origine sub-sahariana (+20%) e provenienti dal corno d'Africa (Eritrei, Somali ed Etiopi). Il dato assoluto relativo alla nazionalità dei migranti vede ai primi tre posti i cittadini siriani (32% - 54.923 unità ), seguiti dagli afgani (18% - 31.022 unità) e dagli eirtrei (10% - 17.440 unità). Sul totale di 170.155 attraversamenti delle frontiere UE, il 75% è avvenuto via mare, mentre il restante 25% via terra.


Frontex flussi migratori dati statistici Il Quinto Elemento
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Dal punto di vista dei rimpatri, nel secondo trimestre 2015 sono state emesse 72.168 ordinanze di espulsione (che non significano immediato rimpratio della persona), mentre il numero effettivo di cittadini extracomunitari tornati in paesi terzi è pari a 42.741 unità. Di questi, sorprendentemente, un 40% è considerato "volontario". Molto interessante è il dato che riguarda il numero dei documenti falsi riscontrati sia nei movimenti intra-UE che nei movimenti extra-UE. Nei movimenti intra-UE si possono notare due facce della medaglia. Da un lato si vede un calo dei documenti falsi nei voli interni all'area Schengen, dovuto secondo Frontex al crollo del numero di Eritrei e Somali che, una volta entrati illegalmente nei confini UE, viaggiavano con documenti contraffatti dagli aeroporti italiani verso i paesi del nord. Dall'altro lato si riscontra invece un aumento esponenziale (+88% - 1.134 casi) di falsi documenti nei viaggi verso paesi UE non aderenti al Trattato di Schengen (UK e Irlanda), con il record di cittadini albanesi e ucraini in possesso di falsi documenti italiani o greci in partenza dai principali scali d'Italia. Nei movimenti di ingresso da paesi extra-UE, il numero maggiore di documenti contraffatti è stato riscontrato nei cittadini ucraini (364), siriani (179) e marocchini (162).
Nel corso del secondo trimestre 2015 sono stati arrestati 3.162 individui legati al traffico di migranti, con un aumento del 20% rispetto al 2014 a conseguenza del rafforzamento dell’attività delle forze di polizia spagnole e italiane. La maggior parte degli arrestati è di nazionalità marocchina, spagnola e albanese.


Il testo integrale del report può essere scaricato qui.



giovedì 9 luglio 2015

LA CRISI GRECA, GRANDE OPPORTUNITÀ PER L’EUROPA

Autore: Angelo Paulon


In effetti il titolo qui sopra potrebbe sembrare contraddittorio, persino insultante. Ma come: l’esito della consultazione popolare greca del 5 luglio e le ipotesi, a quanto pare sempre più concrete, di “Grexit” potrebbero avere effetti dirompenti sull’economia (non solo di Atene) e minare a fondo l’unità stessa dell’Europa così come la conosciamo, e qualcuno la vede come un’opportunità? Questa è follia pura! No, si tratta semplicemente di una provocazione. Di un pungolo, uno stimolo a pensare in maniera differente, magari inconsueta: a immaginare un’Europa finalmente diversa, conscia delle proprie potenzialità e in grado di assumere sullo scacchiere internazionale un ruolo di primo piano. Nella realtà, non a parole.

Ogni grande difficoltà porta con sé un’opportunità. La questione greca dà all’Europa la possibilità di ripensarsi (a beneficio dei suoi stessi cittadini, delle sue imprese, della sua economia) e di cominciare a riposizionarsi (sullo scacchiere internazionale). Per quanto riguarda il ripensarsi, è chiaro che la stessa notizia che sta circolando in queste ore, e cioè il fatto che l’UE starebbe studiando un piano di aiuti umanitari per la popolazione greca, dovrebbe suonare come qualcosa di molto più che un campanello d’allarme. È il segnale della sconfitta: il più bel progetto degli ultimi decenni, il sogno di un continente finalmente pacifico, prospero e in grado di garantire benessere a tutti i propri cittadini (sogno che pareva a portata di mano appena dopo la caduta del Muro), in frantumi. La sola ipotesi di dover fornire “aiuti umanitari” a cittadini dell’UE (la stessa formula usata per portare soccorsi alle popolazioni colpite da terremoti, carestie, guerre) dovrebbe fare accapponare la pelle a politici, tecnocrati, banchieri, teorici del default, burocrati. E soprattutto a noi, semplici spettatori. Oggi tocca ad Atene. Per chi suonerà la campana domani? È davvero questa l’Unione che ci serve? O non è forse giunto il momento di comprendere che se l’UE continuerà a essere percepita come un ambiente nel quale i paesi forti tiranneggiano quelli deboli, la grande finanza e le banche perseguono cinicamente i propri interessi speculativi a scapito della qualità della vita delle persone, si rischia di avvitarsi in questa crisi e di non saper più tornare indietro?

Quanto al riposizionarsi, è del tutto evidente che, in questo preciso momento storico, l’Europa così com’è non ha reale voce in capitolo praticamente in nessuna delle questioni davvero rilevanti sullo scacchiere internazionale. Dai negoziati sul nucleare iraniano alla lotta contro lo Stato Islamico, sino ai tentativi di risoluzione della crisi ucraina, l’UE in quanto tale gioca un ruolo assolutamente secondario. È presente, ma non viene considerata un attore in grado di avere una reale influenza sui processi decisionali volti a governare queste criticità: al massimo, come compagna di viaggio degli USA che appiattisce le proprie posizioni a quelle del grande alleato d’oltreoceano. A volte anche pedissequamente e contro i propri stessi interessi, come nel caso delle sanzioni alla Russia: per informazioni, rivolgersi agli imprenditori tedeschi, italiani, francesi e non solo, che stanno perdendo miliardi di Euro in interscambi commerciali. Spesso, i singoli Stati membri si muovono in maniera convulsa e a dir poco disorganica, a volte in palese contraddizione l’uno con l’altro. Cosa tanto più grave, se consideriamo che in questo momento storico nessuno dei paesi europei, singolarmente, può giocare un ruolo di rilievo sullo scenario internazionale: nemmeno la potente Germania, da sola, può competere in termini di importanza geopolitica con i grandi giocatori quali USA, Cina, Russia.

S’è fatto un gran parlare, nei giorni scorsi, del possibile accordo tra Grecia e Russia grazie al quale questa potrebbe fornire ad Atene 5 miliardi di Euro in pagamenti anticipati per i futuri diritti di passaggio del gas russo, proveniente dalla Turchia, sul territorio greco in attuazione del progetto Turk-Stream. Tale scenario ha immediatamente allarmato gli USA, preoccupati non tanto di evitare che la Grecia passi sotto l’ombrello protettivo di Mosca, quanto di preservare il processo di unificazione europea affinché l’Euro resista e continui a fare da cuscinetto di protezione del ruolo del dollaro. In realtà, la conduttura è ancora più nelle intenzioni che qualcosa di concreto: T. Maltby scrive su theconversation.com “Major questions remain regarding the feasibility of the project. All that has been agreed so far is a non-binding agreement to pursue the idea further. The timetable of construction is highly ambitious”. Ma dal punto di vista tattico, per l’UE, perché non approfittare di questo avvicinamento tra Tsipras e Putin per provare a costruire un nuovo ponte nelle relazioni euro-russe, oltretutto su un argomento di vitale importanza per l’intera Europa, ovvero l’approvvigionamento di fonti energetiche? Il gasdotto potrebbe facilmente giungere in Puglia, e di qui proseguire verso il Nord Europa grazie alla rete infrastrutturale che già esiste: con rendite di posizione interessanti, tra l’altro, anche per la stessa Italia. Il tutto, senza dover abbandonare il progetto TANAP, che nelle intenzioni dell’UE dovrà approvvigionare il vecchio continente con gas proveniente dall’Azerbaijan via Turchia.

E dunque, perché non cogliere l’occasione offerta, suo malgrado, dalla crisi greca per sparigliare un po’ le carte e modificare il proprio posizionamento? Perché non riappropriarsi di una propria dignità, di un’identità autonoma, indipendente, in grado di veicolare le enormi potenzialità del continente? È chiaro che non si può pensare di stravolgere in un batter d’occhio decenni di alleanza atlantica e di rapporti privilegiati (economici, militari, culturali, politici) con gli USA. E, in fondo, sarebbero in pochi a volerlo davvero. Ma se gli americani annunciano urbi et orbi di avere modificato le loro linee di condotta strategica, avendo ora non più come focus principale l’Atlantico ma il Pacifico; se raffreddano il loro coinvolgimento persino nello scenario dove opera il loro alleato storicamente più vicino (Israele), perché l’Europa non potrebbe fare altrettanto? Perché non dovrebbe ampliare, senza per questo stravolgere, i propri riferimenti geopolitici al fine di perseguire i propri interessi vitali?

Certo, né ripensare l’Europa, né riposizionarla sono compiti facili; ma la differenza tra statisti e tecnici sta, deve stare, proprio qui: tra chi è in grado di essere lungimirante, di immaginare, concepire, gettare le basi per un nuovo, grande progetto europeo (o, se si preferisce, per rilanciare quello originale che pare aver deviato bruscamente dalla sua strada), e chi si limita all’applicazione di regole e parametri, non si sa quanto ragionevoli, facendosi apostolo di una sorta di dittatura dei crudi numeri della contabilità. Statisti e Politici (volutamente con la P maiuscola) d’Europa, se ci siete, è il momento di battere un colpo.


Riferimenti:


venerdì 21 novembre 2014

LE REGOLE DEL TERRORE: VIVERE SOTTO L'ISIS IN SIRIA

Autore: Emiliano Bonatti


Lo scorso 14 novembre le Nazioni Unite hanno pubblicato un interessantissimo report redatto dalla “Indipendent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic”  che traccia, sulla base di oltre 300 interviste a donne, uomini e bambini che vivono nelle aree controllate dall’Isis, il devastante impatto che l’avanzata del Califfato sta avendo sulla società siriana. Partendo dalle notizie sulla genesi del gruppo armato e sul “salto di qualità” che l’ha portato a primeggiare all’interno del mosaico di compagini jihadiste dei teatri siriano e iracheno, l’indagine spiega come sia il terrore (quasi più delle armi) la vera garanzia del potere dei seguaci di Al-Baghdadi. Le libertà minime garantite dalle leggi internazionali sono state di fatto azzerate, e le auto-proclamate leggi del Califfo imposte con la forza nel tentativo di sradicare gli aspetti considerati “blasfemi” dalla cultura siriana. Libertà di religione, di espressione e di associazione cessano di esistere. Bambini usati come spie per denunciare eventuali “eversori” all’interno delle proprie famiglie, punizioni corporali, amputazioni, esecuzioni pubbliche. Il tutto con lo scopo di lanciare pesanti moniti a chi semplicemente si sognasse di non allinearsi: la brutalità assunta a sistema di governo.


Il testimone di una pubblica esecuzione nella zona di Dayr Az-Zawr racconta: “entrambe le mani della vittima erano legate ai lati di una croce improvvisata. Sono andato a leggere i cartelli, sul primo si leggeva, “questo è il destino di coloro che combattono contro di noi”. Mi sono reso conto che mio figlio di 7 anni era vicino a me, tenendomi la mano e guardando questa scena terrificante. Più tardi mi ha chiesto, “perché quelle persone erano la? Perché avevano sangue su tutta la testa e il corpo?”. Ho dovuto mentirgli dicendo che stavano aspettando che arrivasse un’ambulanza per curarli”. Un altro testimone: “...nell’ora designata un uomo è stato portato nella piazza, bendato. Un membro dell’Isis ha letto il giudizio di condanna del gruppo nei suoi confronti. Due persone tenevano ferma la vittima, mentre una terza ha allungato il suo braccio su un’asse di legno. Un quarto uomo ha tagliato la mano della vittima. C’è voluto molto tempo, e una persona vicino a me ha vomitato e si è dovuta allontanare dalla orribile scena”. 


Le violenze non si risparmiano nemmeno sulle donne. Un intervistato nella zona di Ar-Raqqah dice: “una studentessa universitaria di 19 anni si è suicidata perché i propri genitori volevano obbligarla a sposare un membro dell’Isis. Molte famiglie obbligano le figlie (molte ancora minorenni) a sposare membri dell’Isis per la paura di essere arrestati o uccisi”. Gli stessi miliziani rendono pubbliche le proprie azioni segnalando, senza alcun rimorso come “dopo la cattura, le donne e i bambini Yazidi sono stati divisi, in accordo con le leggi della Sharia, tra i combattenti…”. Gli stessi bambini sono vittime designate della follia del Califfato. Altri intervistati raccontano: “ho visto almeno dieci bambini di 13/14 anni armati come miliziani dell’Isis. Questi ragazzi servono come guardie nei quartieri generali e nei check-points. Sono armati di kalashnikov e di granate”. E ancora: “le persone trovate a mangiare durante il Ramadan venivano frustate nelle strade. Un membro dell’Isis si è avvicinato ad un ragazzo di 14 anni dopo averlo visto bere acqua. L’ha portato in mezzo alla strada, annunciando il suo crimine, e l’ha frustato 79 volte”.


Non mancano poi le violenze durante gli scontri armati. Un testimone sostiene: “l’esibizione delle teste dei soldati catturati dall’Isis avveniva nel centro della città. Sembrava fossero stati appena uccisi, visti i segni evidentissimi del sangue”. Un testimone dell’esecuzione di un soldato curdo a Ar-Raqqah dice: “il giudice supremo arriva e dice: “lo facciamo di fronte ai vostri occhi, così potete tornare a casa e dire ai vostri figli e ai vostri vicini che questo è quello che i curdi dovranno affrontare”. Le interviste, da sole, basterebbero per rendere l’idea delle aberrazioni che lo Stato Islamico sta commettendo nella propria folle guerra. Ma l’intero report è una precisa e meticolosa descrizione del tentativo dei miliziani di soggiogare e dominare ogni aspetto della vita delle popolazioni tramite il terrore, l’indottrinamento, la cieca obbedienza e la negazione dei diritti umani. Fermare questa barbarie è ormai un dovere assoluto della comunità internazionale. Dovere a cui non possono sottrarsi i paesi europei, ormai non così lontani o “sicuri” rispetto ai teatri di espansione dell’Isis. Fonti francesi parlano di circa un migliaio di transalpini partiti per il fronte jihadista, e la situazione non pare molto diversa nel resto del continente. Il problema di migliaia di cittadini europei, potenziali micce fondamentaliste pronte ad esplodere al ritorno nei propri paesi, non può essere assolutamente sottovalutato.


Il testo integrale del report può essere scaricato qui.



mercoledì 12 novembre 2014

L'UCRAINA AFFILA LE ARMI

Autore: Emiliano Bonatti

Il Ministro della Difesa ucraino, Stepan Poltorak, ha dichiarato che il governo di Kiev è in fase di  riposizionamento delle proprie forze armate ed è pronto a rispondere a qualsiasi nuova offensiva che i ribelli filo-russi stiano preparando nelle regioni occupate dell’est della nazione. Citando relazioni dell’Osce  (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione in Europa) Poltorak sostiene infatti che i separatisti stiano ricevendo ampi rifornimenti di armamenti dal confine russo e che la minaccia di un’escalation del conflitto non sia così remota. I report citati da Poltorak sono stati rilasciati dal personale della Special Monitoring Mission in Ucraina, istituita per il controllo sul campo del rispetto del cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk del 5 settembre scorso. Il 9 novembre gli inviati Osce segnalano convogli di camion a 15 e 41 km. da Donestk, diretti verso la città controllata dai filo-russi, carichi di armamenti di diverso calibro. Stessa cosa l’11 novembre, quando vengono avvistati circa 40 camion militari diretti verso il centro della città. Nel resoconto gli inviati segnalano peraltro come i camion non abbiano insegne che possano permettere il loro riconoscimento, ma il tipo di armamenti trasportati pare portare direttamente agli arsenali, ereditati dall’Armata Rossa, ancora disposizione  dell’esercito russo.


Kiev, dunque, mantiene alta la tensione, supportata dalla Nato la quale, pur non lanciando minacce particolari, mantiene il costante controllo su quanto avviene vicino ai confini degli Stati membri dell’Alleanza. Il Generale Breedlove, comandante delle truppe Nato in Europa, in un’intervista rilasciata martedì s’è detto “molto preoccupato” circa il trasferimento di armi attraverso il confine russo-ucraino che, a suo dire, continua ormai da giorni. Secondo Breedlove, inoltre, le violenze aumentano ogni giorno e il numero di militari russi passati oltre confine per dare supporto e preparazione alle truppe separatiste ha ampiamente superato le 300 unità stimate precedentemente. A queste vanno poi aggiunti diversi battaglioni che Mosca continuerebbe a mantenere stanziati sulla frontiera russo-ucraina. La Nato denuncia anche l’aumento esponenziale degli incontri “ravvicinati” tra le forze dell’Alleanza e quelle russe, soprattutto nei cieli, dove l’attività dei bombardieri e dei caccia di Putin è triplicata nelle ultime settimane.



La Russia continua invece a negare attività di supporto militare ai separatisti delle regioni filo-russe, sostenendo che finora gli unici trasporti russi verso l’Ucraina riguardano convogli di aiuti umanitari. Secondo Mosca questi aiuti sono inviati in stretto coordinamento con le autorità di Kiev e con il supporto della Croce Rossa garantendo finora forte sostegno alle popolazioni civili dell’est ucraina che soffrono “a humanitarian crisis after Kiev launched a military operation against indipendence supporters in the region”. Ognuno, ovviamente, fa il proprio gioco ma è innegabile che la situazione nelle regioni separatiste resti ad altissima tensione. Putin è senza dubbio ingolosito dall’idea di “fagocitare” altre regioni ucraine, dopo l’annessione lampo della Crimea, ma sa benissimo che non può tirare troppo la corda sia perché le sanzioni iniziano ad avere pesanti ripercussioni sull’economia interna, sia perché non è così folle da rischiare uno scontro aperto (o addirittura militare) con l’Occidente. Molto probabilmente le piccole schermaglie sul campo, come quelle diplomatiche, continueranno ancora per settimane lasciando irrisolto un conflitto il cui bilancio conta già, in pochi mesi, 4000 vittime.


mercoledì 5 novembre 2014

DELIRI LEOPOLDIANI E UN PAESE CHE MUORE

Autore: Emiliano Bonatti

Inebriato dalle celebrazioni della Leopolda, che hanno promosso il renzismo a via maestra (ed unica) per la cura di un paese malato, sospinto dai consigli dello spin-doctor londinese con interessi economici sparsi in qualsiasi parte del mondo tranne che in Italia, sostenuto da un general manager che “delocalizza” sedi legali per avere vantaggi fiscali, benedetto da Confindustria e difeso coi denti e con le unghie dalle sue ancelle pronte a sacrificarsi per farsi notare dal capo (Picierno docet), Renzi deve aver perso per strada il contatto con il paese reale. Accade spesso agli uomini soli al comando convinti, dal proprio ego e dalle rispettive corti, di avere sempre ragione su tutto. E guai al pazzo che osa porre domande o questioni specifiche… è semplicemente un eretico che non vuole comprendere dove stia la “verità” e può essere liquidato in pochi secondi con qualche simpatica freddura.


Le manifestazioni, le manganellate, le proteste, le minoranze che osano porre “problemi” sono viste come semplici fastidi da rimuovere al più presto, o da nemmeno considerare, inventandosi qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa. In questo, purtroppo, il buon Matteo ricorda molto chi l’ha preceduto per vent’anni a Palazzo Chigi. C’era sempre qualche dissidente, qualche comunista o qualche cariatide da incolpare per i mancati successi o, per dirla in maniera più sensata, per le proprie cazzate. “Le leggi si fanno in Parlamento, non con i sindacati”... verità tecnicamente ineccepibile, peccato che essi rappresentino, nonostante il fastidio di Renzi, una notevole fetta dei lavoratori italiani (e magari degli elettori Pd) e che sia doveroso un confronto serio anche con loro. Tra l’altro come può giustificare il premier questo slancio di amore per il ruolo legislativo del Parlamento quando, ad ogni occasione in cui non ci si sente sicuri dei numeri, si pone la fiducia sulla conversione in legge di qualche Decreto (non ultima sul Decreto Sblocca Italia)? Non è anche questo un atto che di fatto esautora il Parlamento dalle proprie funzioni?


“C’è qualcuno che sul lavoro vuole spaccare il paese”... ma chi, finora, ha avuto i toni più sprezzanti e dequalificanti nei confronti di qualsiasi interlocutore non allineato? Chi finora, col proprio atteggiamento, sta ulteriormente dividendo un paese tra “seguaci” e “non seguaci”? Tra “giusti” e “vecchi da rottamare”? Senza contare che finora l’iniqua azione di governo non sta dando la minima risposta al continuo aumento delle divaricazioni e delle fratture sociali: il ricco sempre più ricco, il povero sempre più povero, il poliziotto che diventa il nemico del manifestante, il precario nemico dell’assunto a tempo indeterminato. Renzi, con la boria dell’uomo che non deve chiedere mai, non sta rispondendo a nessuna delle istanze che arrivano da chi sta soffrendo più di tutti la crisi. Non sono certo i Serra, i Marchionne o gli Squinzi quelli da ascoltare con maggiore attenzione ma finora il nostro Matteo si preoccupa più di visitare le dirigenze di fabbriche appositamente svuotate degli operai (come a Brescia) piuttosto che confrontarsi direttamente con le fasce deboli della società. Non è, oltretutto,  occupando le televisioni che si risolvono i problemi del paese. Certo, andando nel salotto della D’Urso si guadagna il sostegno della fascia demenzial-italiota della domenica pomeriggio, ma non si fa ripartire un paese in ginocchio. La tecnica è già stata vista per vent’anni, ora basta. Basta con gli slogan e le battute, all’Italia servono politici seri, non cabarettisti. Il trio Renzi-Berlusconi-Grillo, leader alla guida dei 3 principali partiti italiani, è qualcosa di agghiacciante.



Si lascino da parte le campagne pubblicitarie in perfetto stile Cavaliere, così come l’agenda delle riforme dettata da Arcore, e ci si confronti con le fasce più sofferenti di questo sgangherato paese. Solo unendo la nazione si possono affrontare passi difficili, ma nel contesto attuale lo spirito unitario non si vede nemmeno all’orizzonte. E c’è poi il dovere morale di non garantire a Berlusconi il ruolo di padre costituente della nuova Italia. E’ un insulto alla nazione (e un godimento per Silvio) constatare che Sacconi e Verdini siano più influenti adesso di quando erano al governo e siano i punti di riferimento del dialogo per le riforme. Direi che, nonostante i vanti, non ci siamo proprio...


martedì 4 novembre 2014

NUOVA BENZINA SULLA CRISI UCRAINA

Autore: Emiliano Bonatti


Il Presidente ucraino Petro Poroschenko ha convocato d’urgenza i propri consiglieri per la sicurezza, al fine di valutare le strade da perseguire per affrontare la miccia innescata dalle elezioni organizzate (e vinte) dai separatisti delle regioni orientali di Donetsk e Luhansk. La posizione di Kiev è di netta condanna di quella che viene definita una “farsa elettorale”, incoraggiata da Mosca, in palese violazione degli accordi di Minsk del 5 settembre scorso, che prevedevano l’elezione di rappresentanti locali sotto l’esclusiva legislazione ucraina. Di uguale tenore è la posizione degli Stati Uniti che, tramite la portavoce della Casa Bianca Bernadette Meehan, definiscono illegittime le elezioni di domenica nelle regioni separatiste e minacciano un inasprimento delle sanzioni contro la Russia se questa continuerà nei tentativi di legittimare le istanze dei ribelli. La stessa Merkel ha definito incomprensibile il tentativo di Mosca di riconoscere la validità delle elezioni, ventilando l’ipotesi di uguale inasprimento delle sanzioni da parte dell’Unione Europea.


Putin potrebbe esporre la propria posizione ufficiale nella giornata di oggi, nella cornice di una cerimonia presso la Piazza Rossa, ma l’atteggiamento della Russia e dei separatisti ucraini è apparso già abbastanza chiaro nella giornata di ieri. Mosca, pur non parlando apertamente di riconoscimento ufficiale del voto, sostiene che i neo-eletti Alexander Zakharchenko (a Donetsk) e Igor Plotnisky (a Luhansk) abbiano pieno titolo e mandato per negoziare con Kiev, in quanto sostenuti dal voto popolare. Lo stesso Primo Ministro dell’auto-proclamata Repubblica Popolare di Donetsk ha dichiarato che le elezioni non contraddicono assolutamente gli accordi di Minsk i quali, a suo avviso, prevedevano il pieno diritto per i territori orientali di procedere a consultazioni elettorali volte alla nomina dei propri leader. Zacharchenko ha lanciato anche un messaggio a Poroschenko sostenendo che la Repubblica di Donetsk è aperta al dialogo con Kiev, ma attende uguali segnali in questo senso da parte del governo ucraino.


La situazione appare dunque alquanto intricata. Nel timore di perdere, dopo la Crimea, anche le due regioni orientali Poroschenko s’è detto disponibile a valutare una serie di norme che garantiscano uno statuto speciale alle aree di fatto in mano ai separatisti ma, ovviamente, all’interno della giurisdizione ucraina, non certo alle condizioni “sussurrate” dalle pressioni russe. Dal canto suo Putin pare giocare una specie di partita a Risiko con l’Ucraina e l’occidente. Da un lato, dopo varie minacce, chiude i contratti per la fornitura di gas verso Kiev e l’Unione Europea, dall’altro mantiene il sostegno alle istanze separatiste filorusse delle regioni dell’est ucraino. Stuzzica la Nato con un aumento delle missioni aree nei cieli internazionali attorno allo spazio aereo dell’Alleanza Atlantica, rendendo alquanto nervosi i vertici di Bruxelles. La stessa Nato ha espresso parere negativo circa le elezioni organizzate nelle regioni di Donetsk e Luhans sostenendo, già il 31 ottobre tramite il proprio Segretario Generale, che “the planned elections undermine efforts towards a resolution of the conflict. They violate Ukrainian laws and run directly counter to the Minsk agreements”, e che “NATO fully supports the sovereignty and territorial integrity of Ukraine. I call on Russia to respect its Minsk commitments, which could help pave the way for a peaceful solution.”



La partita ucraina, che sembrava ammorbidirsi dopo gli accordi di Minsk, è di fatto tutt’altro che congelata, stretta nella morsa degli interessi geopolitici di Putin e dall’interesse dell’occidente a non perdere la “vicinanza” di uno stato cuscinetto chiave per gli equilibri dell’est Europa. Sarà interessante valutare se, e in quale misura, l’Unione Europea sarà disposta a proseguire la strada delle sanzioni economiche contro le interferenze russe. Le contro-sanzioni imposte da Mosca verso le importazioni dall’Ue, infatti, stanno creando non pochi problemi a diversi settori economici europei che vantavano grossi rapporti di esportazione proprio verso la Russia. Lo scacchiere ucraino sarà dunque un test alquanto problematico per la nostra Lady Pesc, Federica Mogherini.